martedì 30 dicembre 2008

Una parola grossa "Dignità"...



Entro nella disco dove il buio la fa da padrona. Il negrone della sicurezza ci “canalizza” verso il bancone dove operano due soggetti che le loro facce gridano “vade retro lavoro”….il bancone è una struttura in legno sapientemente rivestita di cartone….fanculo i Berloni e gli Scavolini. Lei e li davanti, piccola, magra, brutta che sembra una zingara dei nostri campi nomadi pronta per la giornata “semaforina”… Mi offri una cerveza? Eh!!!!!! Mi offri una cerveza? No! Non molla, ma la mia serata è allegra è vacanziera non ho un cazzo da pensare, voglio bere solo un po’ di rum e stare in compagnia con gli amici….non ho propositi bellicosi…. Le belle mulate si strusciano sapientemente mentre passano…sembrano tutte belle…al buio. Una mi prende il bicchiere del cubalibre e ne beve un generoso sorso…mi sorride; Col cazzo che ci bevo su…ne passa un’altra e la mia generosità non ha limiti gli regalo il bicchiere di terza mano. La bruttona osserva e se la ride di gusto. Mi inizia ad essere simpatica questa indiana. Indiana perché i suoi lineamenti sono da peruviana, da cilena…non sembra neanche cubana. Mi avvicino a lei senza motivo alcuno, irrispettoso, strafottente….da emerito testa di cazzo. Ma cosa fai tu qui? Niente! Ma voglio dire, a te chi ti porta via…chi ti scopa? Trovo trovo, non ti preoccupare. Mah! Sara!..ma come vivi? Allora lei mi racconta che per vivere assiste un Venezuelano che è venuto a Cuba ad operarsi ai legamenti…e che per arrotondare, ogni tanto ci fa qualcosa. Racconta della sua misera vita e di come si arrabata per racimolare qualche dollaro, mi racconta come non è semplice per una donna bruttina come lei tirare avanti dove la bellezza è un obbligo. Sicuramente erano un mare di cazzate, ma a in cima allo scoglio qualche verità vi era approdata. La lascio con un dollaro per la cerveza che mai prenderà e la lascio con la convinzione che anche negli ultimi strati della società del divertimentificio c’è qualcuno che ha una propria dignità.

By Maverick



Sulla strada di Santiago

bella storia, mi ha fatto venire alla mente una che è capitata a me due anni fa: da Guantanamo mi stavo trasferendo a Santiago, a circa 40 km da Santiago, nei pressi di una casetta che si trova lontano da centri abitati, una piccola finca, vedo ferma sul ciglio della strada una ragazza, ma non stava pidiendo botella e sono passato oltre, avanti un 200 metri mi sono fermato e ritornato a retro dalla ragazza, le ho chiesto se voleva un passaggio timidamente mi ha risposto che doveva andare all'ospedale di Santiago dove c'era ricoverata la abuela ultra ottantenne. Era una ragazza dai capelli lunghi castani, non molto alta e delgada, vestita con un vestitino fino al ginocchio, di quei vestitini come si usavano da noi negli anni sessanta e aveva tra le mani un sacchettino di plastica con dentro della roba. Le ho detto "monta, che stò andando a Santiago", un po' intimorita è salita (avrà pensato a quanto tempo risparmiava nell'attesa di improbabili mezzi che arrivassero fino a Santiago o di continui cambi di mezzi), salita ho iniziato a farle domande alle quali rispondeva a voce bassa in maniera molto timida. Era una ragazza semplice, una guajira del campo che più campo non si può, mi ha detto che viveva in una casetta che si trova a circa due km dalla strada dove stava aspettando, che viveva con i due genitori contadini e che lei li aiutava anche nel lavoro dei campi, se ne stava seduta, infossata, tanto che sembrava ancora più magra di quello che era, delicatamente le ho preso una mano, gliela ho fatta aprire e con i polpastrelli ho tastato il palmo riscontrando l'esistenza di calli, ho portato la sua mano sotto il mio naso e sentivo l'odore, anche se le mani erano belle pulite come lei del resto, del latte. Intanto, tra una domanda e l'altra, pensavo e la sbirciavo, provavo ad immaginarla ben acconciata, con un velo di trucco, vestita con qualcosa di carino e moderno, magari dopo qualche mese passato senza dover mungere mucche e nella mia mente si formava il ritratto di una ragazza affascinante. Arrivati a Santiago mi sono fatto indicare da lei l'ospedale e, dopo averle chiesto quando sarebbe ritornata alla sua casa, era venerdì verso sera e sarebbe rientrata alla domenica pomeriggio, le ho messo nelle mani 5 CUC, ha tentato di rifiutarli, le ho detto "se non li accetti li strappo" facendo il gesto di strapparli, li ha presi con un "gracias" che a malapena si udiva e con gli occhi lucidi e un ultimo filo di voce mi ha detto "ciao" e un lieve bacio sulla guancia. Ciao le ho risposto, ma mi ero già allontanato quanto bastava perchè non vedesse i miei occhi..........

By Bertoldino (Cubaforum)



Caffè Paris

E’ sera. Il Cafè Paris, all’Avana Vieja, è tutto pieno. Decido di aspettare un po’ nella speranza che si liberi un tavolo. Nell’ambiente fumoso e “caciarone” non si soffre troppo il caldo. E’ piovuto all’Avana e l’aria è fresca. Dopo un quarto d’ora decido di ingannare il tempo e mi accingo ad uscire per una breve passeggiata quando, miracolo, un tavolo si rende disponibile. Ne prendo possesso insieme ai miei amici. Sono le otto e c’è il cambio del turno dei camerieri. Riusciamo solo ad ordinare delle birre, per la cena attenderemo l’arrivo della brigata di cucina. Nell’attesa di mangiare il pollo fritto migliore di Cuba, vago con lo sguardo ad analizzare il microcosmo che popola il locale. Sono attratto da un gruppo di cinque “pepes” tedeschi. Li vedo danarosi e rubizzi a causa delle troppe birre trangugiate. Il più giovane deve avere almeno sessant’anni. Ognuno è accompagnato dalla “jinetera” prosperosa. A presiedere la tavolata, c’è un chulo di colore, vestito alla moda che esibisce copiose catene e braccialetti d’oro. Dà disposizioni alle ragazze, conforta i turisti frementi, osserva lo svolgersi dell’attività in sala. A sua volta è accompagnato da un altro chulo professionista che lo supporta in questa frenetica attività di boss della prostituzione. L’orchestrina inizia ad imbastire una teoria di canzoni popolari, quasi tutte tratte da “Buena Vista” e l’ambiente si scalda di più. Il via-vai delle birre non si interrompe neppure all’alzarsi dello sguaiato coro che parte dalla tavolata dei “crucchi” e che accompagna i ritornelli più conosciuti. E neppure il giro di mojitos che segue riesce a bloccare i palpeggiamenti rivolti a 16/18enni che ben si prestano a questo assurdo gioco. Neppure il tempo di finire questo pensiero che entra una nuova coppia. Lei è una italiana sulla cinquantina ben portata, ma le rughe ed il trucco non ingannano il passare del tempo che è scorso sul suo corpo abbronzato e smagliato, fasciato da un attillato vestitino di cotone giallo a fiori rossi. E’ in compagnia di un ragazzo nero, dal fisico atletico, che , nonostante il buio, indossa un paio di occhiali alla Ray Charles. La coppia scruta intorno a se alla ricerca di un tavolo dove sistemarsi. Poi, lei, con una smorfia disgustata, fa cenno al suo stallone di andarsene. Escono dalla mia visuale mentre lei cerca di aggiustarsi la gonna del vestito con vezzo civettuolo. Appollaiata in fondo, su di uno sgabello, c’è una bella jinetera di colore che assalta tutti i presenti con il suo sguardo assassino. Ma, apparentemente, tutti i turisti sembrano impegnati. Inganna il tempo giocando con la cannuccia del suo jugo de mango che langue dentro un capiente bicchiere, pensando che la notte è giovane e prima o poi qualcuno troverà. In punta di piedi entra un cinese, dal kimono rosso, con una cartella fra le mani a mo di presentatore televisivo. Il suo lavoro è quello di predire il futuro a turisti troppo curiosi o troppo ubriachi. Anche lui, stasera, gira a vuoto rendendosi conto che tutti i turisti sono severamente controllati dai vari chulos che ne rivendicano il controllo della totale proprietà. Dopo aver capito che al momento non c’è nulla per lui, gira i tacchi verso altri locali del centro storico. Continuo ad osservare il tavolo dei tedeschi. Distribuiscono sontuose mance al personale e al capo dell’orchestrina che ha smesso di suonare per vendere alcuni CD contenenti la propria produzione musicale. Serata fortunata anche per la donna che vende rose sotto vetro che, approfittando del gruppetto, ne piazza almeno cinque in un sol colpo. Due romani soli entrano nel locale ed hanno la fortuna di trovare un tavolo libero. Immediatamente ricevono il sorriso della bella nera dello sgabello che, forse, riesce a concludere la serata ma, a quel punto, decidiamo di uscire. Altro giro, altro bar. E’ ancora troppo presto per andare in discoteca, sono appena le 11. Così, nelle vicinanze, decidiamo di bere un’altra “cerveza” in un locale all’aperto vicino al parcheggio della Plaza de la Catedral. Il clima è piuttosto rigido, aiutato da una perfida brezza che soffia dall’oceano e che costringe grandi onde ad abbattersi sul vicino Malecon. Anche qui, collezione di turisti e di jinetere, fra i quali si distinguono tre italiani che ordinano mojito e daiquiri a tutto spiano. Anche loro, con l’aria estasiata del conquistatore, sono in compagnia di tre mulatte. Al tavolino a fianco, una mora carina, aspetta il dollaro. Mi colpisce il suo sguardo triste ed l’abbigliamento più castigato di quello normalmente utilizzato dalle jinetere professioniste. Anche lei gioca con la cannuccia della sua bibita come se si trattasse di un codice non scritto, appartenente alla sfera delle jinetere. Ogni tanto rabbrividisce. I nostri sguardi si incontrano per brevi frazioni di secondo. Provo una sincera tenerezza e la stringerei forte forte per farle sapere che il mondo, pur crudele, può sempre offrire altre opportunità. Mi sento come un adepto di CL ma, sinceramente, me ne frego: è troppo lo schifo che riporto da ogni mio sguardo che apre le piaghe di un turismo quasi esclusivamente sessuale. La brunetta non finisce la sua bibita e si alza, uscendo dal locale e dalla mia vita. Forse era solo una brava ragazza travolta dai sensi di colpa; forse una jinetera che ha semplicemente cambiato luogo di caccia ingannando anche me. E con queste considerazioni rifiuto di proseguire la notte brava rinunciando alla discoteca per rientrare a casa, alla Vibora, dove mi attende un letto vuoto.

By Gigi (Cubaforum)

3 commenti:

pumario ha detto...

Al Mirador de Bellomonte ci si diverte e si ha una veduta di Guanabo da sballo. Ci vado di rado perché non amo la confusione e li di confusione si vive. Preferisco il localino sulla quinta che offre un buon spettacolo e una montagna di gjineteras belle e brutte ma tutte piene di vita e dispensatrici di sorrisi gratuiti. Se hai fame puoi spilucchiare qualcosa, ma attento perché quando uno mangia gli si riempie il tavolo di occhioni scuri pieni di fame ...e come fai a rifiutargli un poco de comida? Solitamente mi trovo ad ordinare il triplo di quello che ho in testa ma è uno spasso avere la compagnia di donne splendide che non si curano del galateo e mangiano a piena bocca...

Anonimo ha detto...

Ciao puma! parli del localino vicino alla dulceria o quale?

Maverick

Anonimo ha detto...

Ci sono connazionali che ci fanno vergognare di essere italiani.
Per fortuna qua si respira un'aria diversa..