giovedì 29 gennaio 2009

Gotas de Cuba...


Quel pomeriggio d'estate la strada accidentata faceva oscillare prepotentemente il cassone del vecchio camion e ad ad ogni balzo, la massa umana si spostava all'unisono da una parte all'altra entrando inevitabilmente in contatto. Corpi accaldati di giovani uomini e donne si toccavano, braccia e gambe si sfioravano e anche se per un solo istante ci si ritrovava abbracciati a una creatura sconosciuta e selvaggia sentendo il suo forte odore di femmina appiccicato sulla pelle. Ero uno yuma eppure mi trovavo lì in mezzo a loro anch'io. Forse per vivere un'esperienza diversa, forse per non spegnere l'entusiasmo della mia novia che aveva proposto questa giornata al mare in compagnia della sorella e del suo giovane e vispo marito.
I profondi solchi scavati nella strada di sabbia battuta dai precedenti passaggi di questo e di altri mezzi carichi di gente costituivano i binari obbligati da percorrere per arrivare al mare. Finalmente, dopo una piccola macchia e qualche duna il mezzo si ferma beccheggiando e inondando l'aria con un ultima, fittissima nuvola di fumo nero. Si scende. L'euforia della gente si libera nell'aria rompendo il magico silenzio di quella spiaggia totalmente deserta. Le ragazze corrono scalze sulla sabbia ridendo, inseguite dai ragazzi che cercano di afferrale ma senza volerci riuscire e tutti finiscono in acqua in un tuffo ristoratore. Anche noi quattro abbiamo seguito l'esempio del branco e siamo a mollo in quella baia trasparente. Da quel punto di vista tutto sembra improvvisamente lontano. Le voci e le risate degli altri sembrano lentamente scomparire in dissolvenza, così come l'immagine del vecchio camion che vomitando alcune nuvole di fumo denso si allontana dietro una curva e sparisce alla nostra vista. Mi volto verso la sorella di Lily e la vedo abbracciata appassionatamente al suo uomo a qualche decina di metri da noi, i corpi sono avvinghiati ma non in una posa romantica, sono evidentemente alla ricerca del piacere e si muovono ritmicamente. Poco più in là gli altri ragazzi sono spariti. Alcuni sono usciti dall'acqua e stanno cercando legna per accendere un fuoco, altri si sono appartati dietro le dune per fare l'amore. Ci abbracciamo anche noi, l'eccitazione prende il sopravvento e scivolo dentro di lei, incurante di tutto ciò che mi circonda. Per un attimo la ragione prende il sopravvento e mi guardo intorno sperando che tutti gli altri fossero spariti. La sorella e il suo uomo erano controluce, lontani e quasi invisibili e tutti gli altri come d'incanto erano fuori dal mio campo visivo. Ci baciamo profondamente, dichiarandoci il forte desiderio di raggiungere il piacere. Lei inarca la schiena fremendo e io la sollevo fino a portarle il suo corpo minuto a pelo d'acqua. Le sposto appena quel piccolo triangolo di stoffa e mi tuffo ancora una volta dentro di lei per assaporare con la mia bocca quel suo frutto proibito e bollente. Quelle semplici parole che pronuncia una cubana mentre fa l'amore e che per un uomo cubano sono magari routine, per me suonano invece come musica celestiale innescando una gana pazzesca di prenderla e farla mia. La abbraccio ancora una volta e lei stringe le sue cosce intorno ai miei reni con una forza che non immaginavo potesse appartenerle. Entro ancora una volta dentro di lei e la sento stringermi ancora più forte di prima. Ci muoviamo nell'acqua come due creature del mare. Tutt'intorno a noi il silenzio, solo il rumore del mare e delle risate lontane, quasi indistinte. Mentre il sole scende maestoso sull'orizzonte infiammando l'acqua di quella piccola baia segreta, il nostro piacere esplode. Dopo quell'attimo fuggente di piacere ci furono il falò, balli, chiacchiere e ron, ma io non ricordo più nulla. Per me il tempo si è fermato in quel preciso istante e ogni volta che ci penso mi sembra così vicino da sentire ancora in bocca il sapore di lei.
Il sorriso di una mulatta è patrimonio dell’Umanità e dovrebbe essere protetto ad ogni costo. Forse è proprio per questo che ogni volta che mi recavo a Oriente mi toccava subire tutte quelle scocciature che normalmente avrei evitato girando bene alla larga. Prima tra tutte, la micidiale "visita parenti" che consisteva di fare visita a membri della famiglia collocati quasi sempre in località in culo al mondo, che disponendo sfortunatamente di un tur ero obbligato a onorare. E in pole position tra quei massacranti ricongiungimenti familiari, la mia dolce Lily ogni tanto sentiva il bisogno irresistibile di cercare il padre, separato ormai da tempo dalla mamma, ovunque lui fosse ubicato. Lui, un mulatto di circa 45 anni con un bel fisico e sempre molto curato, di professione camionista e sempre in giro per l'oriente cubano. Ma la verità secondo me è che con la scusa del lavoro sia soprattutto sempre a caccia di figa giovane e guajira. Così, inevitabilmente, quando a Lily scattava questo morboso deseo di rivedere il padre, si partiva e ovunque lui fosse lo si doveva stanare in una autentica caccia alla volpe. C'è da dire però che proprio grazie a queste "missioni" ho visitato posti e cittadine dell'oriente cubano che nemmeno immaginavo esistessero e ho conosciuto realtà particolarmente interessanti. Quel giorno mi disse che la tia di Moa aveva ricevuto una chiamata da Ysmael (suo padre) e che pareva fosse in pausa per qualche giorno o magari qualche ora a Nicaro, un postaccio sulla costa nord-est dalle parti di Mayarì con un inquinamento dell'aria davvero atroce a causa delle fabbriche e delle loro pestilenziali ciminiere. Ma lui era proprio lì. Confesso che ero un po’ imbarazzato per il fatto che suo padre era praticamente un mio coetaneo, anche perché allora sinceramente conoscevo poco le abitudini dei cubani, ma strinsi i denti e tirai avanti. Ma il vero disagio lo provai nel respirare quell'aria tossica di chissà quali misture chimiche che mi faceva venire il vomito. Eppure c'era gente che ci viveva a Nicaro e Ysmael faceva realmente sosta lì in un hotel per camionisti. Arrivammo sul posto tardissimo, dopo mille peripezie e solo grazie all'aiuto di un poliziotto che si prestò a metterci sulla strada giusta in cambio della botella. Il padre dormiva profondamente e lei lo svegliò. Baci e abbracci di rito e poi via, a bere qualcosa nella miglior tradizione cubana. Ma dove cazzo si va bere qualcosa a Nicaro all'una di notte? Ovvio: al Coupet, un distributore sempre aperto di uno squallore disarmante. Figuriamoci se uno esce di casa di notte per andare a bere dal benzinaio… Ma oramai era cosa fatta e feci buon viso a cattivo gioco. Alle due di notte, dopo aver rimembrato ogni possibile storia di cugini, tie, hermane, quince e tutto il cucuzzaro, e dopo che i miei poveri testicoli sfiorarono il lurido pavimento, unto di nafta del coupet finalmente ce ne andammo via. Sulla via del ritorno lei dormiva beata con la testa poggiata sulle mie cosce, mentre io a stento riuscii a non addormentarmi alla guida. Il giorno dopo decidemmo di andare a Moa a fare la spesa e sulla strada mi indicò una casa di campagna, dicendomi che vi abitava la novia del padre. Ma non aggiunse altro. Passarono altri giorni, e mille altri pellegrinaggi, quando alla fine giunse una chiamata alla telefonica di Sagua: il padre lasciò detto che sarebbe passato per trascorrere alcuni giorni con noi. La gioia di Lily fu almeno pari al mio rodimento di culo. Ma quando Ysmael arrivò feci di tutto per non apparire come il fidanzato rompiballe e alla fine entrammo in confidenza, tanto che mi portò a pescare i gamberi al fiume e si parlò di gnocca come vecchi amici. Ma la sua presenza tra noi per me era un reale problema. La casa era costituita da solo due cuarti, una cucina con fuoco a petrolio e un piccolo bagno, quindi lo spazio a disposizione c’era, ma non c’erano porte ma soltanto tendine svolazzanti. La cosa diventava anche divertente e piccante fino a quando le sorelle mezze nude entravano nella nostra stanza da letto e si chiacchierava seduti sulla cama, ma la presenza del padre a pochi passi significava per me automaticamente l’inizio del ramadan. Quel giorno, dopo cena e dopo numerose birre ci disse che se la cosa non ci molestava avrebbe voluto invitare la sua novia a trascorrere un paio di giorni con noi lì a Sagua. Quella era musica celestiale per le mie orecchie... Al solo pensiero che in quel modo Ysmael avrebbe sicuramente rivolto la sua attenzione altrove, magari lasciandoci ritornare a fare i fidanzatini (con annexxxxi e connexxxxi), mi dimostrai subito molto entusiasta della cosa. Il mattino dopo, di buon’ora la novia del padre bussò alla porta. E dato che l’unico in piedi a quell’ora ero io, andai ad aprire… L’impatto fu devastante: era una figa da cardiopalma. Una blanquita con i capelli rossicci appena mossi, gli occhi verde smeraldo e tutte le curve al posto giusto, insomma una gnocca da infarto come se ne vedono poche in circolazione da quelle parti. Parlava con uno strano accento, con una specie di zeppola in bocca, tanto da sembrare una spagnola autentica e non una cubana. E io non riuscivo a scollarle gli occhi di dosso un istante. La miravo e la rimiravo e Lily se ne accorse, tanto che appena fummo soli nel cuarto mi beccai un bel calcio dritto negli stinchi e mi mise su il muso per un po’. Quella sera uscimmo per andare a bere gratis la cerveza particular por la calle, dato che era la festa di non so cosa e la gente ballava ubriaca per le strade del paese. Quando iniziarono a volare anche i cazzotti decidemmo che era arrivato il momento di riportare le chiappe a casa. Quella notte non la dimenticherò. Dopo esserci congedati dal padre e relativa noviecita ci mettemmo a letto stanchi morti e mezzi brilli, ma dopo nemmeno mezz’ora i due iniziarono a scopare duro, non curanti affatto della nostra vicinanza. Il mulatto spingeva e la blaquita pideva mas y mas. Quella scomoda situazione che avrebbe dovuto inibirmi mi fece esattamente l’effetto contrario. Così, mentre Lily dormiva beata come un angioletto, a me mi si fece una mazza chiodata di almeno 7 carati e decisi di svegliare la mia mulatta nel più delizioso dei modi, per coinvolgerla in quella fregola e spegnere l'incendio. Lei fu ben lieta di quel prelibato risveglio e di conseguenza si avviò un seguito assai bollente… A notte fonda, mentre tutti apparentemente erano crollati dal sonno, mi alzai quatto quatto per andare a innaffiare le ortensie. Ma appena arrivato in prossimità del bagno mi trovai di fronte ad uno spettacolo divino: la blanquita tutta nuda come mamma la fece, accaldata e un po’ barcollante che pareva avesse avuto la mia stessa idea liquida. Forse. Dico forse perché lì davanti al bagno non mi diede nemmeno il tempo di dire “a” ficcandomi tutta la lingua in bocca. La reazione a catena collegata a quel sorprendente e ghiotto evento fu istantanea. E il risultato prodotto fu all'altezza del precedente, malgrado fosse oggettivamente passato poco tempo. Quando dico che a Cuba ci succedono cose strane, intendo anche questo… Ma dopo aver limonato per un po’ in piedi contro il muro come liceali in calore, compresi che se il padre di Lily ci avesse beccato mi avrebbe sicuramente impalato, così le sussurrai che era meglio fermarci lì. Per nulla sorpresa e comportandosi come se davvero nulla fosse accaduto, mi voltò le spalle e tornò a dormire. 18 anni, cazzo! E pensare che mi ero pure preoccupato di cosa potesse pensare di me il buon Ysmael. Limortaccisua.
By Fabioeur (forum Gente di Cuba)

martedì 27 gennaio 2009

Cultivo una rosa blanca...



Cultivo una rosa blanca,
En julio como en enero,
Para el amigo sincero,
Que me da su mano franca.
Y para el cruel que me arranca,
El corazón con que vivo,
Cardo ni ortiga cultivo,
Cultivo una rosa blanca.
Josè Martì

Chissà se questa poesia Josè Martì l'ha ideata mentre incontrava a Santo Domingo il Generalissimo Màximo Gomez.
Màximo Gomez Bàez, Generale mambì che soleva chiamare Cuba “mi novia” talmente era grande l’amore che nutriva per questa Isola.

El Medico, chupa chupa

sabato 24 gennaio 2009

Cuba. L'ingegnere, Eleonora e il destornillador


Quella mattina mi svegliai con la testa pesante. Inevitabile. Le 6 ore di jet lag non possono passare inosservate. Lasciato l’albergo mi avviai al luogo dove avevo appuntamento con Ronaldo, il tassista che la sera prima mi aveva accompagnato lì dall’aereoporto. Caricati i bagagli si punta verso est. Destinazione la Playa dell’Este.Scesi dalla calle 23 detta la rampa ci si insinua nel traffico del Malecon. Questo mitico lungomare che accarezza la città dell’Avana è allo stesso tempo luogo centrale e spartiacque della città nei confronti di qualsiasi altrove. Il parapetto del Malecon segna il limite,per i più invalicabile, di questa città. Di fronte il mare che qui significa anche libertà. Di fronte Miami dove i traditori hanno trovato rifugio e da dove gli stessi inviano messaggi di libertà e tanti dollari verdi. Un tunnel sottomarino, orgoglio dell’ingegneria " rivoluzionaria ", ci porta oltre il molo. Attraversata la baia del porto e lasciato alle spalle il morro ci troviamo di fronte un posto di polizia.La struttura è permanente e simile ad un casello autostradale. Il limite di velocità è di 40 km/h. I poliziotti sfoggiano dei modernissimi rivelatori a distanza della velocità che puntano sempre e solo verso le auto particular dei Cubani. Taxi ufficiali e auto noleggiate sono pressochè esonerate da ogni controllo. Grandi sono le strade che portano ad est e piccolo è il traffico di questo luogo dove un litro di Especial costa un dollaro e lo stipendio medio è di sei. Immensi cartelloni pubblicitari delle nuove società miste, costituite con lo straniero nemico ma ricco, ricordano che qualcosa sta cambiando. Si procede sotto una pioggia fitta che innesca una sarabanda di profumi. Molti dei quali sono nuovi, mai sentiti, forti. Si capisce che la terra è fertile e che i frutti sono dolci. Cerco di spiegare all’amico taxista che cosa voglio. Mentre lo spiego a lui anche io l’imparo visto che sono in assoluta assenza di un piano, di un programma, di una qualsiasi forma di previsione. Banale ma efficace è la mia richiesta. Vorrei una casa o una camera sulla spiaggia. Trattandosi di una richiesta particular la destinazione pressochè obbligata è Guanabo. Quel giorno lo ripetei così come si legge in Italiano.Molte settimane dopo quando lasciai quel luogo lo sapevo pronunciare come lo fanno loro: juanavo, morbida è la pronuncia come le colline che sovrastano la cittadina balneare. Lasciata la strada bianca che avrebbe continuato per Matanzas e poi proseguito per Varadero, si scende verso il mare in un viale costeggiato da enormi alberi tropicali carichi di frutti e fiori dai cangianti colori. Sui marciapiedi piccoli gruppi di scolari in rossa uniforme si muovono e corrono allegri. Quelli, mi spiegheranno, sono delle scuole elementari, mentre giallo senape è la divisa delle scolare delle medie. Il periodo speciale significa anche carenza di queste divise che danno ordine e decoro alla multicolore gioventù Cubana. Spesso la gonna a pieghe plissè è troppo corta per le giovani che il sangue di Africana origine ha donato loro lunghe e tornite gambe in imbarazzante contrasto con l’innocenza del volto. In fondo alla discesa una rotonda, uno dei punti di riferimento di Guanabo in quanto era lì che trovavi la gasolina, El Rapido (autogrill ??) che si faceva apprezzare per l’orario di apertura: 24 ore. Anche la cabina del telefono era lì con apparecchi nuovissimi ed un servizio allo stesso tempo eccellente ed assurdo. Tre donne a turno di 8 ore presidiavano la postazione con l’unica mansione di vendere ai turisti la targeta per 10 dollari l’una. Durata per l’Italia:3 minuti.Ronaldo inizia a guardarsi intorno mentre percorriamo la strada principale che attraversa Guanabo in tutta la sua lunghezza. Lo spettacolo è desolante. Decadente. Costruzioni che senza nessuna pretesa architettonica nello stato di abbandono in cui si trovano testimoniano senza mezze misure come questa gente se la stia passando.Villette anche con piscina (fuori uso) costeggiano la strada ed hanno il retro verso la spiaggia. Ronaldo si ferma di fronte ad una che pur essendo orientata come da richiesta era anche particolarmente mal messa. Mi basta un’occhiata per far capire a Ronaldo, di latina perspicacia, il mio dissenso. Si prosegue e capisco che dove sono alberghi non esistono case e viceversa. Una signora ci accoglie in vestaglia non nascondendoci che lei è appena sveglia. Sono le 11 di mattina. La signora appartiene all’esercito delle cinquantenni che popolano il mondo della notte che pur sentendosi fuori posto ripetono a se stesse " si vive una volta sola ". La camera c’è ma si libera nel pomeriggio. Sono 30 $ al giorno, eventuali pasti esclusi. Disponibilità di aragoste, camarones e frutta fresca. La signora che sa leggere la mia espressione e mastica un po’ di Italiano azzarda un’altra offerta che voleva essere irresistibile: " Tengo esperienza por cucinar spaghetti e il cafè sta espresso." Non volevo essere scortese, solo che la finestra della camera dava su una stradina che separava la casa dalla spiaggia, e la mia fantasia mi faceva immaginare traffici al chiaro di luna. Gentilmente accetto il biglietto da visita e passiamo oltre.Ronaldo capisce che non mi può scaricare alla prima e si mette l’anima in pace. Percorriamo tutta la strada, visitiamo molte case fino ad arrivare ad un bivio. A diritto verso la tienda, a sinistra su una strada che costeggiava da dietro, verso la spiaggia, il mercato all’aperto. Una casa isolata, sulla spiaggia, con due palme davanti e tre dietro mi attira. E dipinta di color glicine. Qui non esistono glicini ma il colore è quello. Avvicinandosi si vede parcheggiata una 124 made in Togliattigrad che stempera ogni illusione che la casa appartenga a chiunque di tenore di vita sopra la media di quei luoghi così desolati. L’auto si ferma.Le domande di Ronaldo ormai sono un rito: " Tienes un quarto con vista mar por turista Italiano ? ".Una signora bassa di statura e con un fazzoletto in testa che voleva proprio dare l’idea di un turbante si avvicina al cancello. La casa ha un aria familiare e non capisco ovviamente perché. Cosa poteva essere di familiare in un luogo che non ho mai visitato prima? Mi guardo intorno per il tempo che i due si spiegano e soprattutto mi allontano per dare modo a Ronaldo di accordarsi sul suo compenso in caso io accetti la sistemazione. Ronaldo non sapeva che in un mio soggiorno in Spagna avevo avuto modo di masticare un po’ di spagnolo, ma anche se l’avesse saputo, lui era cubano e quindi furbo per definizione, ed io italiano. Di colpo realizzo cosa legava quella e le altre case che avevo visitato a qualcosa nella mia memoria, ed il pensiero mi gonfia il cuore. Mio padre, perso ormai da 3 anni, il cui ricordo mi vinceva l’animo sempre quando meno me lo aspettavo. Lui era il collegamento con quello che vedevo. Mio padre non buttava via niente. Mio padre si preparava alla terza guerra mondiale dove avremmo avuto bisogno di qualsiasi cosa che a quel momento noi altri ritenevamo inutile. Mio padre ha dedicato del tempo ad insegnarmi questo. Credo proprio di non aver appreso. Queste case, questa gente spinta dalla carenza teneva conto di tutto e tutto era mantenuto in funzione contro ogni logica di decoro. I cancelli avevano lucchetti vecchi ed arrugginiti, le auto erano tenute insieme da espedienti e le carrozzerie erano piene di buchi. Le case, le cose di questa gente erano la testimonianza fredda e spietata di una vita di stenti. La dignità e la fierezza di questa gente poteva solo mitigare la desolazione. Un cenno e mi avvicino ai due. Il cancello si apre, pochi metri e sono in casa dove il marito, che risponderà al nome di Enrique,si alza da una sedia a dondolo di vimini con un movimento lento che sembrava non finire mai come la sua statura."Enrique Rocefort Senior!"La stretta di mano è sincera di questo uomo magro e forte. Lavorava fino a qualche tempo prima come JERENTE GENERAL DE LA EMPRESA DE COSTRUTION DE LA PROVINCIA DE LA HABANA. Un incarico importane, mi dissero, degno di un ex combattente della revolucion e per giunta laureato. La sua famiglia si era trasferita a L’Avana tanto tempo prima mossa dai venti della prima rivoluzione (quella contro gli Spagnoli) che spingevano da est verso ovest. Anche gli uragani di agosto hanno questa direzione. Negli occhi di Enrique si poteva intuire una vita vissuta. "Tanti ricordi e nessun rimpianto" mi disse una sera sorseggiando ron. Nel suo modo di parlare tutta la saggezza di chi ne ha viste veramente tante. La moglie mi indica delle scale senza ringhiera, strette e ripide. In cima alla scala 4 porte: 3 camere ed un bagno. La camera che mi viene mostrata è evidentemente occupata da qualcuno. Qui il turista è indispensabile per vivere ma se non viene meglio stare larghi. Il letto è grande ed alto. Come spalliera una finestra. Forse il termine non è corretto visto che non sono previsti vetri ma uno sporto con un meccanismo che in posizione chiusa lascia fuori il sole ma non l’aria. Una portafinestra è di lato al letto e questa si affacciava ad un terrazzo dove alcune gabbie di palome erano sistemate all’ombra di una palma. La vista è suggestiva. Il mare dei caraibi è lì davanti a me. Unica interferenza alcune antenne tv che la signora si affretta a dire che avrebbe spostato se proprio mi davano fastidio. Sorrido e cerco di immaginare quale ingenuità o bisogno di danaro portava questa signora a dire qualsiasi cosa pur di compiacermi.Il suo nome era Asia. Per tutti, anche per me, diventò mamma Asia. Figlia di otto fratelli era nata a L’Avana da una coppia di color ebano. Lei non era neanche mulatta ma sicuramente era stata bella per far innamorare il Rocefort ad un ballo pochi giorni prima lo scoppio della rivoluzione che liberò l’isola. Il padre di lei era molto colto per essere nero. Faceva il lettore in una fabbrica di sigari. Leggeva libri ad alta voce e con il tono giusto per le lavoratrici dalle mani callose ed il cuore tenero. "Si vantava di farle piangere con i suoi racconti" mi disse un giorno mamma Asia. Il suo repertorio cambiò una volta che il popolo stesso diventò padrone. Ancora lacrime per le donne ma questa volta di nascosto. Mi chiede 25 dollari al giorno e sinceramente non me la sento di trattare. Cerco, in qualche modo, di farle capire che avrei piacere di avere in esclusiva l’uso del bagno. Acconsente senza obiettare. Scoprirò poi che nel bagno alto non arriva quasi mai l’acqua.Questo era sicuramente il motivo per cui l’ingegnere Italiano,che calorosamente mi salutò quando scesi, aveva scelto una camera da basso."Piacere, mi chiamo Domenico vengo da Cremona e sono 4 anni che passo qui i mesi di Marzo e Settembre. Se seguirai i miei consigli non avrai problemi. "Una settimana dopo avrei scoperto che il suo modo di interpretare l’isola ed i suoi abitanti non era proprio il migliore per stare fuori dai guai. Ma lui era in buona fede. Presi possesso della camera dopo aver salutato e pagato Ronaldo. Mi diede un altro biglietto da visita. Evidentemente ero un buon cliente. Non ebbi più modo di incontrarlo. Portati i bagagli in camera iniziai subito a riporre gli indumenti nell’armadio e nei cassetti. Fatto questo mi andai a sdraiare in terrazza. Aveva smesso di piovere e adesso faceva anche caldo. Di fronte a me spiaggia, mare ed antenne tv. Certo è che non avrei avuto il coraggio di chiedere di rimuoverle. Certo è che erano veramente nel posto sbagliato. Qualcuno mi raggiunge in terrazza e mi rendo conto che la privacy non era compresa nel servizio. Manuel, 23 anni e carpentiere, figlio minore dei tre della coppia padrona di casa mi porta una noce di cocco appena strappata dalla madre palma con tanto di latte e con aggiunta di ron. E il benvenuto della casa. La bevo e la testa si fa leggera. Quasi a digiuno basta poco per sognare. Scendo da basso e inizia il corteggiamento sui servizi accessori che la casa offre. Dai pasti alla biancheria al servizio taxi è tutto un offrire. Tutto baratto! Domenico, l’ingegnere, mi prende da una parte e mi dà la prima lezione di vita. "Sei capitato bene, Enrique (il padrone di casa) ha combattuto con il CHE, è laureato e questo a Cuba vuol dire molto." Lo disse come se il fatto di essere ospite in quella casa da parte sua fosse frutto di chissà quale oculata scelta quando invece, venni a sapere poi, era capitato lì anche lui per caso. "Vedi Luca " ci davamo subito del tu nonostante la differenza di età perché evidentemente il clima vacanziero lo suggeriva, "qui a Guanabo come nel resto dell’isola il turista è sacro. Siamo noi a dargli da mangiare e soprattutto la polizia evita di importunare e rende la vacanza sicura ".Domenico era un ingegnere di oltre 60 anni, ma di quanto oltre non me lo disse mai. Aveva lavorato una vita in Italtel e poi creato una società di elettronica dopo essersi licenziato ma soprattutto dopo essersi assicurato la possibilità di fornire i suoi prodotti alla Italtel stessa. Aveva due figli che adorava ed una moglie che ormai sopportava anche perché malata di cancro. "Io non potrei fare a meno della mia famiglia e non gli faccio mancare niente. Due volte all’anno vengo in questo paradiso e cerco di compensare quello che il mio matrimonio ormai da anni non mi dà più."

(seconda parte)

Io potevo immaginare l’ingegnere nei restanti 10 mesi dell’anno come un qualunque padre di famiglia dedito alle mansioni più banali e dalla vita scandita dal ritmo delle trasmissioni tv e delle partite del campionato. E me lo vedevo lì a Guanabo a far concorrenza a giovani e baldi ragazzotti di ogni età a cercare ogni sera un frutto proibito che questa isola non negava a nessuno. Accettai di consumare dei pasti presso la famiglia ma con la riserva di avvertire di volta in volta la mia presenza. "Vedi Luca, io pago solo 10 dollari per la mia camera ma ho accordi per procurare il cibo per tutta la famiglia. Al mattino vado al mercato e compro pesce, carne e frutta con pochi soldi." Credo fosse l’unico turista ad usare i pesos cubani necessari per l’acquisto nel mercato riservato ai residenti al posto dei pesos convertibili, in pratica dei dollari stampati dal Fidel. "Tre giorni fa con l’equivalente di 12 dollari ho comprato un carnero (pecora) che riempie il congelatore." Era orgoglioso di questo accordo. Non sono sicuro gli desse un vantaggio economico, ma sicuramente gli occupava del tempo e lo faceva sentire padrone della situazione, ancora una volta manager come in tutto il resto della sua vita passata. Evidentemente, il comando è un vizio che non si perde facilmente.L’ingegnere era un uomo che sapeva quello che faceva. Mi confidò di aver fatto buoni guadagni con la borsa negli ultimi tempi e che il suo ultimo investimento era stato l’acquisto di molte azioni Olivetti che (secondo lui) avrebbero avuto una notevole e costante crescita di valore. Oggi posso dire che questa è stata l’unica cosa giusta che gli ho sentito dire o fare. Quando veniva la sera in quei primi giorni accettai di accompagnarlo verso il centro di Guanabo. La maglia da tennista, il pantalone corto, il golf blu sulle spalle e le scarpe da tennis davano all’ingegnere un’aria da turista per caso. Lo si sarebbe immaginato più a suo agio in una passeggiata a mare della Versilia piuttosto che nella perla delle Antille. Ci incamminavamo verso la casa del pollio, vero centro di tutte le attrazioni notturne di Guanabo. "Vuoi una gomma di queste?" mi chiese offrendomi dei confetti comprati a caro prezzo in una Italiana farmacia. "Sono le migliori" affermò convinto, dando al fatto una inspiegabile importanza. "Anche se non ti lavi i denti è lo stesso."Non riuscii a trattenermi. "Guarda che io i denti me li lavo sempre!"Lui rispose: "Ma se sei con una ragazza, fai prima a masticare una di queste." Era evidente che si riferiva a non meglio precisati problemi di digestione di cui soffriva e mi venne da pensare perché mai decidesse di comprare una pecora da mangiare in un paese tropicale se soffriva di questi disturbi. All’ingegnere piacevano le donne. Banale vero ?. L’ingegnere aveva paura delle malattie ed aveva un fratello medico (l’altro era uno stilista ed era morto). L’ingegnere conosceva l’anatomia delle donne e credeva che molto difficilmente una donna tratteneva un virus letale all’interno del suo fiore. Al massimo qualche irritazione. "Vedi, devi sapere che io quando voglio andare con una ragazza per prima cosa la faccio camminare, ma molto."Una persona malata difficilmente (secondo lui e contrariamente ad ogni buon senso) avrebbe potuto resistere alle lunghe passeggiate preparatorie che imponeva loro. Enrique, una volta in confidenza, mi rivelò un suo malizioso sospetto: quello era l’unico modo che aveva per stancare le giovani jineteras. Invece, ad ogni risveglio era un complimentarsi con se stesso, per la scelta fatta e per la prestazione offerta. Non di rado la ragazza (non vista) alzava gli occhi al cielo confermando quanto ampiamente sospettato. "Questa mi piace davvero e mi ha detto che vuole stare con me!"All’ingegnere non piaceva cambiare e se non fosse stato per quei contrattempi che inesorabilmente venivano a disturbare il suo piano di " monogamia " sarebbe stato contento di trascorrere l’intera vacanza con una sola compagn, ma le ragazze evidentemente non la pensavano così.Dopo tre giorni decisi che era il tempo di andare e noleggiai una jeep Feroza. Il nome prometteva cattiveria ed intraprendenza, ma in realtà i cavalli erano pochi ed il costo giornaliero alto. "Occhio alla ruota di scorta che se la fregano."Non so chi avesse insegnato questa Italiana espressione al dipendente Havanauto, ma il consiglio fu prezioso anche se incompleto. Quello che si fregavano davvero era la gasolina. Ero costretto a girare con il serbatoio quasi vuoto per limitare i danni.Il primo giorno invitai l’ingegnere a fare un giro. Compiaciuto dell’invito si presentò puntuale all’appuntamento con uno zaino a righe bianche e rosse che chiunque sopra i 15 anni si sarebbe rifiutato di portarsi appresso. Lui no."E’ pratico" disse rivelandomi il contenuto: crema idratante, acqua minerale, le solite gomme della farmacia Italiana e 10 metri di corda sottile di cui non mi seppe indicare l’uso se non di cendo: "Non si sa mai!" Ci dirigemmo verso L’Avana, destinazione l’università. Era l’ottava volta che veniva a Cuba ma non aveva mai messo piede fuori da Guanabo, che rappresentava per lui l’inizio e la fine del paradiso terrestre. Il giro fu piacevole. Delle ragazze che avrebbero dovuto bazzicare l’area dell’università l’Alma nemmeno l’ombra. D’altra parte con tal guida che cosa mi sarei dovuto aspettare? Era preparatissimo su tutto quello che riguardava Cuba, ma solo per sentito dire. Tornammo a Guanabo in tempo per la cena. Spaghetti con camarones niente male per un cuoco caraibico che era Enrique junior (detto Enriquito, 34 anni, primogenito, 3 mogli e tre figli). Era lui che si era preso la briga di cucinare adesso che gli ospiti erano due, poprattutto perché, erano possibili variazioni sul menù con quello che io accettavo di pagare. Consumata la cena l’ingegnere mi chiese se mi poteva seguire in auto visto che il cielo al tramonto aveva rumorosamente mostrato di aver voglia di pioggia. "Casomai, dopo torno a piedi" disse quando scese dalla jeep nel piccolo parcheggio dietro la casa del pollio. Quella sera lo vidi muoversi con passo spedito, l’occhio furtivo dietro la montatura Ray-Ban con lenti da vista. Cercava di nuovo, dopo che la studentessa che lo aveva accompagnato la notte prima lo aveva avvertito per telefono di un lontano parente improvvisamente aggravatosi. Dopo pochi minuti torna da me in compagnia di due ragazze mentre stavo bevendo una cerveza Cristall. Una se la teneva stretta, nel caso non avessi capito quale delle due a lui interessava, e la portava in giro con fare morboso quasi a rivendicarne l’esclusiva. "Ti presento Eleonora, viene dalla provincia di Las Tunas... come ti ho già detto: donna d’oriente tiene sangue caliente."L’oriente a Cuba è un insieme di provincie di cui Santiago è la più importante. In quei luoghi il clima è sensibilmente più caldo e sembra che questo renda tutti ancora più vivi. Da oriente vengono i giovani poliziotti che L’Avanero chiama palestinos. Il dispregiativo si intuisce. Il colore della pelle della gente di oriente non è nero, né mulatto, né creolo o trigueno, ma è appunto "pelle di oriente". I tratti somatici ricordano sangue indio per la gente di quei luoghi. Evidentemente terre meno colonizzati sia dagli Spagnoli (bianchi) che dagli schiavi (neri). Furono 800.000 gli schiavi strappati alla tribù Yoruba che viveva nelle coste dell’Africa occidentale sul delta del grande fiume Niger. Anche Eleonora aveva la pelle d’oriente. Aveva gli occhi di chi, lontano da casa, è in cerca di un po’ di fortuna. Li salutai dopo circa un'ora. Stavano passeggiando. Nessuna sfuggiva al check-up dell’ingegnere. Io me ne andavo in discoteca, loro prendevano la strada di casa.Al mattino dopo, l’ingegnere era ancora più euforico del solito. Manco a dirlo la prestazione aveva sorpreso lui per primo. Ma forse solo lui."Eleonora è la ragazza che starà con me per il resto della mia vacanza" fu la prima cosa che disse dopo il buongiorno."Lei è diversa."Era convinto di quello che diceva ed in qualche modo me ne convinsi anche io. Dopo una rapida colazione con caffè, ananas e guayaba (il più dolce dei frutti tropicali) ognuno prese la sua strada. Eleonora, invece della strada di casa prese quella della cucina dove si prestò per riordinare quanto necessario. Finito questo la vidi, dalla veranda dove seduto stavo leggendo un libro, pulire il pavimento con sorpresa della padrona di casa e soddisfazione dell’ingegnere. Lui lesse in quel comportamento la conferma di quanto sperato. Eleonora aveva 27 anni, tre figli e un marito di cui poco se ne sapeva anche perché rimasto lontano. I giorni scorrevano. Organizzare il niente da fare non è cosa facile. La presenza di Eleonora nella casa di Enrique dava un senso di rilassatezza. Lei sorrideva a tutti e distribuiva la sua presenza senza invadere le abitudini di nessuno. Un giorno qualcuno la cercò chiamandola per nome dal cancello della casa. Erano in due, un lui ed una lei, convincenti abbastanza da farla uscire di casa per un paio di ore. L’ingegnere non era contento. Lui sapeva che bastava un niente per far naufragare il suo sogno. La casa che Eleonora abitava prima di conoscere l’ingegnere era dietro la strada bianca, oltre le colline che sovrastavano Guanabo. L’ingegnere la conosceva perché l’aveva l’accompagnata lì il giorno dopo il loro incontro. Ci vollero pochi minuti per recuperare le poche cose che l’avevano seguita nel suo allontanarsi da Las Tunas, ma un’ora e mezzo di cammino fra l’andata ed il ritorno.Eleonora quel pomeriggio tornò dopo un paio di ore con passo svelto ed un’ombra nera su l’occhio destro. "Stavo usando la scopa che il manico mi ha colpita" disse con poca convinzione, lo sguardo gettato altrove. L’ingegnere era l’ultimo a crederci, ma il primo a sforzarsi di farlo. Quale diavolo di accidente poteva ora accadere per scompigliare i suoi piani? In fondo lui chiedeva solo di stare tranquillo con la donna che gli piaceva. Chiunque riusciva ad ottenere questo nel paradiso di Guanabo. Una cena a base di pescado ed un vino spagnolo comprato alla tienda vicino a casa allontanarono l’ombra del misterioso fatto. Un’altra notte passò con il rumore del mare che cullava tutti noi che abitavamo la casa di Enrique. Ognuno con i propri sogni e con i propri pensieri. Al mattino l’ingegnere mi chiamò da parte e con un fare che si addiceva più alla rivelazione di un segreto di stato che ad una semplice confidenza e mi disse: "Quello venuto ieri era il marito e quell'altra la cugina di Eleonora". Si guardò intorno due volte ed aggiunse: "Se torna ancora gli dico due parole io. Che non pensi di trattare male Eleonora!"Sembrava convinto e sincero. Quello che non aveva presente era che anche in un paese dai costumi libertini come Cuba un marito ed una moglie, almeno fino a quando tali, hanno obblighi reciproci tra cui non ultimo la fedeltà. Si presentarono ancora e, come da promessa, fu l’ingegnere a vestire i panni dell’accusato e dell’accusatore. Dette fondo a tutta la sua padronanza di spagnolo e fece capire alla coppia, che rimase per tutto il tempo oltre la rete, che Eleonora sarebbe stata sotto la sua protezione e che non c’era niente da aggiungere e che, in ogni caso, correva voce che da oriente si era messo in viaggio il fratello di Eleonora da lei chiamato per contribuire alla soluzione del contrattempo.

(terza parte)

Tutto era risolto. Si poteva riprendere ad inanellare giornate scandite da passeggiate sulla spiaggia, pranzi e cene con seguente momento di amabile conversazione che di volta in volta toccava gli argomenti più diversi. Ah! L’ingegnere aveva studiato e viaggiato e di politica e di elettronica non accusava mai difetto. Una sera che fu aperta qualche birra di troppo mi raccontò come arrivarono alla definizione dei prefissi telefonici Italiani e tanti altri particolari che potevano appassionare solo chi come lui aveva dedicato all’argomento mesi del suo tempo. E le giornate scorrevano, ah se scorrevano!.Quel giorno mi ero spinto con Joana e la Feroza verso Matanzas. Senza convinzione, insistevo in quella direzione. Incontrai pozzi di petrolio sulla spiaggia ed un bosco di palme sulla destra che di più bello non avevo mai visto. Matanzas ha un porto, alcuni ponti e la strada bianca la taglia in due. Si prosegue e si arriviamo a Varadero dopo una mezz’ora. Incontriamo paesaggi che si stampano negli occhi e nel cuore.Alt ! L’ingresso in Varadero è controllato e regolato dal pagamento di un pedaggio. Gli alberghi sono nuovi e di straniera fattura in questa lingua di terra che insulta il profilo della costa. Ci spingemmo avanti finché non mancò la strada per proseguire. Eravamo nella punta della penisola stretta e lunga che dava l’impressione di essere in mezzo al mare. Il tramonto di una giornata di sole è rosso come l’inferno in questo luogo di paradiso. Degli aironi ci sorvolarono a bassa quota andando a planare in una piccola laguna. Un vento teso ci rinfrescava la pelle dopo una giornata calda e l’aria era dolce come il miele. E’ tempo di tornare. Joana mi chiede come si vive in Italia. Quanto è difficile spiegare un luogo così diverso. Un pensiero mi accarezza la mente. Forse troppo profondo o pregno di filosofia spicciola. Quale mano aveva deciso che nei posti più belli del mondo vivessero genti che faticavano per campare e leggi che rendevano tutto ancora più difficile? Possiamo davvero dire casuale che la natura dei luoghi sia più gentile dove la gente è destinata a soffrire? E’ la dolcezza del clima e l’abbondanza dei frutti a dare speranza a questa gente dalla dignità offesa ? L’ombra della jeep si allungava sempre di più nella strada del ritorno. Mi avvicino a casa, e come accade ormai da qualche giorno le persone da salutare sono sempre di più e questo tempo andrà calcolato per non fare tardi a cena. Apro il cancello alzando la forcella senza lucchetto, unica protezione della casa per l’ora prevista del rientro. Entro in casa, appoggio lo zaino e saluto mamma Asia. Quella sera non sorrideva ed era la prima volta che accadeva. Mentre esco dal bagno, dove mi ero andato a lavare le mani, l’ingegnere mi chiama per nome. Usa un modo quasi solenne. Con la faccia di chi sta per dire qualcosa di importante mi chiede di sedermi. Non ci faccio mica caso io, sai quante volte aveva esordito così solo per dirmi che aveva trascorso una bella giornata! Quella sera però era la faccia degli altri che avrebbe dovuto avvisarmi che qualcosa era successo."Devo dirti una cosa molto triste." Mi si gelò il sangue. Del resto era lui che spesso prendeva le telefonate che ricevevo dall’Italia. "Purtroppo Eleonora è morta."Il boccone si strozzò in gola e un sorso d’acqua mi liberò dall’imbarazzo. "Ma cosa stai dicendo? "Nnon potevo mica credere una cosa di quel tipo. Di cosa poteva morire una ragazza sana di 27 anni nel paradiso terrestre? "E’ stata uccisa dal marito oggi alle 3 del pomeriggio, lì in strada, con un destornillador."Continuavo a guardarlo sperando che da un momento all’altro mi dicesse che aveva appena fatto il più stupido scherzo della sua vita. Invece voltandomi verso Enrique che sta entrando nella stanza, il suo sguardo confermava appieno la terribile novella. Mi voltai indietro cercando lo sguardo di mamma Asia. Lei, donna e madre portatrice di vita, non avrebbe mai accettato di giocare con un argomento sacro come la morte. La lacrima che le solcò rapida il volto rotondo di colore quasi mulatto, confermò la presenza del lutto nella casa di Enrique."Mi sono distratto e quel vigliacco ce l’ha fatta" ringhiava l’ingegnere. "Mi ero appisolato dopo pranzo, tu lo sai che lo faccio sempre" disse cercando conferma, "Sono venuti. L’hanno chiamata dicendo che il fratello la cercava e lei li ha seguiti."Lo disse come sua fosse la responsabilità che Eleonora aveva seguito il marito. La coppia era davvero anomala. La cugina non era cugina, ma la di lui amante. Il marito, in pratica, ormai da mesi viveva degli incontri che lei faceva. Le visite di lui erano il momento previsto per il passaggio dei dollari, ma quella volta qualcosa non era andato per il verso giusto. Invece di un turista frettoloso di cambiare sapore e passare oltre disimpegnandosi, Eleonora aveva incontrato l’ingegnere, una casa ed una famiglia. Si era rilassata ed illusa. Quella sera il momento della conversazione si anticipò. Nessuno di noi aveva goduto di un regolare pasto. Con alle spalle il soggiorno e di fronte l’ingegnere, alla mia destra mamma Asia e oltre la soglia, né dentro né fuori Enrique, irrequieto e sgomento, io cercai di mantenere la calma restando in silenzio. Fino a quel momento nessuno aveva espresso giudizi, ma in certi casi il silenzio pesa e proprio per questo l’ingegnere non poté fare a meno di iniziare la sua difesa di fronte ad un tribunale fantasma. "Se io avessi capito quello che stava succedendo avrei chiamato la polizia."Mentre lo diceva, realizzò l’assurdità di quel proposito. "O quantomeno avrei evitato di lasciarla andare. Quando mi ha salutato mica mi ha fatto capire di temere qualcosa di grave."Infatti Eleonora non aveva motivo di temere. Anche ai soprusi ed alle percosse ci si abitua. Dopo tutto lui era suo marito e padre dei suoi figli ed il fatto che avesse una relazione con la sua migliore amica gli stava risparmiando la violenza che di solito subiva per dovere coniugale.Al cancello della casa si presentò Doramis, un’amica di Eleonora che era stata informata dell’accaduto solo perché si trovava sulla spiaggia a pochi centinaia di metri. A Cuba non esiste cronaca. Ne cronaca rosa ne cronaca nera. E’ come se il paese avesse la capacità di rimarginare ogni ferita ed ogni accidente in modo rapido e senza far rumore. Solo i fatti che si prestano ad un uso di propaganda vengono scritti sul Granma o trasmessi in tv. Telenovelas e baseball colmano alla bisogna il resto della programmazione.Doramis, pelle di ebano, veniva anche lei da oriente, da Camaguey. Entrò timida e spaventata nella casa di Enrique che aveva prima di allora visto solo da fuori. Prende posto alla mia sinistra e non si intromette nella conversazione. Dopo qualche minuto, quando la sua conoscenza di Italiano gli permette di capire, scoppia in un pianto rumoroso ed umido come un temporale. Aveva saputo di un ferimento. Quando le notizie le porta il vento, perdono a volte di importanza. Eleonora era stata soccorsa da una pattuglia della polizia. Senza aspettare ambulanze o maggiori di grado, l’avevano trasportata via, lontano da quella strada, lontano da quel luogo pieno di turisti, lasciandosi dietro una scia di sangue. All’ospedale militare, a metà strada tra Guanabo e L’Avana, avevano tentato l’impossibile. Un destornillador, un cacciavite, lungo 20 centimetri aveva trafitto il cuore innocente della giovane donna d‘oriente. Lo scoppio di sangue che macchiò il marciapiede di fronte al negozio di frutta non ebbe tempo di seccare anche se il sole era alto. Due secchi d’acqua avevano opportunamente rimosso la macchia del crimine. Lui aveva azzardato una fuga senza successo. Se molti sono i poliziotti in divisa che pattugliano le strade ancora di più sono quelli in borghese. La sua permanenza nella caserma della polizia poco fuori il centro del paese durò poco. Un camion lo trasferì presto nella stessa struttura militare dove la stessa Eleonora era arrivata poco prima, quasi senza vita."Quel bastardo gli chiedeva i soldi da spendere con l’amante." L’ingegnere diceva questo con il tono rassegnato di chi non avrebbe potuto cambiare un destino. "Io le volevo bene e avrei provveduto a quanto le serviva prima della mia partenza."In questa frase esternata da un inconscio senso di rimorso c’era la chiave di tutto. Ancora una volta lui, l’ingegnere, aveva voluto provare il brivido del comando, del controllo della situazione. Aveva creato nuove regole per il gioco più antico del mondo. Trattenermi era ormai impossibile. Controllando la voce ma senza rinunciare alla gravità del tono mi rivolsi verso l’ingegnere dicendo: "Con quale diritto ti sei permesso di forzare le regole e causare tutto questo?" Sapevo che l’accusa era pesante ma la mia rabbia lo era ancora di più. Enrique, posizionato alle spalle dell’ingegnere, annuiva senza emettere voce. Enrique era uomo di buon senso e sapeva come si sta al mondo. Non si vince una rivoluzione al fianco del Che senza avere in dono la capacità di capire e tacere. L’ingegnere cambiò colore in volto e temei per la sua salute. Inizio a farfugliare cose che non capivo. Mi fischiavano le orecchie dalla rabbia. Accennò un goffo inginocchiamento verso di me che voleva essere la prova della sua sincerità o quantomeno una richiesta di perdono. Non era a me che doveva qualcosa ma piuttosto a chiunque lui ritenesse essere giudice supremo. Il fratello di Eleonora era davvero arrivato a Guanabo ma solo per vederla nuda su di una lastra di acciaio, come raccontò ad Enrique nel pomeriggio visitando l’ultima casa che l’aveva ospitata. Ritirò le poche cose di Eleonora dalle mani pietose di mamma Asia e 100 sconosciuti dollari dalle mani dell’ingenere. Sarebbero serviti al trasporto e alla sepoltura. A Cuba è difficile vivere, ma se si ha la disgrazia di morire lontano da casa il rientro ha costi impossibili. Per questo tante famiglie hanno parenti seppelliti qua e là per l’isola e la visita ai cari diventa un lungo e triste pellegrinare.Il fratello di Eleonora non aveva mai visto una banconota da 100 dollari. Enrique lo accompagnò alla tienda per il cambio con pesos cubani. Se l’avessero fermato e non avesse potuto giustificare il possesso di una simile somma avrebbe potuto passare alcuni giorni in galera. L’imbarazzo che si era impossessato dei presenti fu spazzato via dalle parole di Enrique. "La polizia" disse lui, che era rimasto sempre lì sulla soglia di casa come se sapesse cosa stava per accadere. Un’auto berlina con la targa militare si fermò davanti a casa. Enrique gli si fece incontro salutando "buenas noche companeros." Trentotto anni dopo la rivoluzione quello era ancora il saluto delle circostanze formali. Erano in tre, giovani e dai modi gentili. Entrarono nella casa e ad uno ad uno strinsero la mano a tutti i presenti tranne che a Doramis che, onde evitare imbarazzo, aveva sentito un bisogno del bagno. Si accomodarono seduti attorno al tavolo che aveva visto fino ad allora pranzi, cene e spensierate bevute di ron. Dopo un breve colloquio con Enrique venne chiamato l’ingegnere che si presentò di nuovo con il passaporto in mano come se fosse stata una persona diversa da quella di poco prima. Parlarono a lungo. Mamma Asia ostentava naturalezza e offrì da bere ai poliziotti pur sapendo che avrebbero risposto "no gracias." Uno di loro aveva una borsa di cuoio nero da cui estrasse alcune cartelle ed una busta di nylon contenete il destornillador, l’arma del vigliacco. L’ingegnere sapeva che non aveva nulla da temere ma sudava. Quanto sudava! Ma neppure un regime dittatoriale si permette di impartire condanne per colpevolezza morale, e poi la prostituzione a Cuba non esiste e quindi neppure un ipotetico reato a questo fatto connesso. Ufficialmente il marito aveva ucciso con il movente di liberarsi della moglie per poter vivere con l’amante. "Fra qualche mese ci sarà il processo" conclusero i poliziotti con il tono di chi conosce già la condanna. Carcere a vita o per l’esattezza per il tempo che resisterà nelle prigioni più dure del mondo che per ironia della sorte si trovano nella terra più bella del mondo. Se ne andarono dopo circa un’ora. Senza chiedere il parere di nessuno dei presenti, Enrique prese la bottiglia di ron invecchiato di 7 anni che teneva in serbo per le occasioni che meritavano. Le nascite ed i lutti hanno riti simili da queste parti. Tutti noi sorseggiammo il liquore che quella sera sembrava sprigionare tutto il calore della cana esposta al sole. Un solco si faceva largo nel mio stomaco di certo non abituato a bere, e tantomeno a digiuno. Quella notte Doramis non volle tornare a casa. Dormì con me. Mi strinse forte quasi a farmi male quando per un incubo le contrasse tutti i muscoli. In quel momento sentii di essere tutto per lei. Suo padre e sua madre. Parlò nel sonno una lingua che non capivo. Invocò personaggi della Santeria. Pregò quella religione mista di cristiane figure ed Africani spiriti come il suo stesso sangue.Il mattino seguente la accompagnai alla strada bianca che il sole era già alto. Da lì avrebbe chiesto bottella (un passaggio) in direzione oriente. Le scarpe Nike che gli regalai le stavano grandi di due misure ma non gli impedirono di saltare sul cassone del camion che si fermò pochi minuti dopo. La camicia bianca che mi aveva chiesto con un sorriso era abbondante ma non abbastanza da nascondere le forme. Con i venti dollari che le diedi avrebbe viaggiato fino a casa e mangiato per una settimana, almenoché, come disse, tornando non avesse trovato problemi di salute della anziana madre.L’ingegnere non si dava pace. Alternava parole di costernazione a promesse di aiuto per i figli di Eleonora ormai praticamente orfani. Non se la sentiva di uscire di casa. Prospettò anche un rientro anticipato in Italia. Sapevo che si sarebbe sentito diversamente se non ci fossi stato io ad accusarlo moralmente di quanto era accaduto. Temevo cadesse in depressione. Dopo un paio di giorni che non lo vedevo reagire gli proposi di fare una passeggiata in spiaggia prima di cena. Accettò controvoglia, ma si capiva che gli faceva piacere. Unica condizione che io misi "non se ne parla più". Sulla strada del ritorno raggiungemmo camminando una ragazza. La affiancammo. Una maglietta colorata dei pantaloncini corti e scarpe da ginnastica dicevano che non era lì per farsi un bagno. Una volta abbastanza vicini le scoprimmo il volto. Ebbi la sensazione di vivere un incubo ad occhi aperti. L’ingegnere traballò sulle gambe e si rivolse a me con una faccia dai diecimila perché. La somiglianza con Eleonora era sfacciata, impertinente.Io non credo nelle reincarnazioni ne tantomeno lo faceva l'ingegnere di matematica cultura. Ma certo, anche lei veniva da oriente. Era della stessa statura e corporatura, aveva lo stesso sorriso, forse solo un poco meno giovane, ma nel complesso la somiglianza con Eleonora era imbarazzante. Spinto da una curiosità irrefrenabile, l'ingegnere la avvicinò abbozzando un sorriso poco convinto e disse: "Hola!" Lei ricambiò il sorriso ed il saluto. "Hola!"L’ingegnere fece alcune domande per assicurarsi che la ragazza non fosse magari una parente di Eleonora venuta fin lì per la triste occasione. Si chiamava Isabella e viveva a Florida, provincia di Camaguey. Lavorava in un hotel ed era in vacanza, sola. L’ingegnere come un ragno tese la sua tela e ancora una volta catturò la sua preda. Le premure che l’ingegnere aveva per la nuova compagna volevano risarcire per interposta persona chi gli aveva donato notti di miele e sorrisi di luna. Quanto avvenne quei giorni non lascerà mai la coscienza di noi che fummo attori non protagonisti di uno sciagurato evento. In una terra da sogno dove il cielo, il mare e la natura tutta offriva le cose migliori, noi meschini venuti da lontano con le nostre cattiverie procurammo lutto risvegliando istinti primordiali. Che sia chiaro a tutti. L’assassino non ha colpito per passione, ma per un morso di fame. Eleonora è morta per un tozzo di pane.

da Solitudine e Silenzio


Avevo affittato una casa a Guanabo per quattro giorni e avevo deciso di andarci da solo. Non volevo vedere nessuno, né parlare, né ascoltare. Avevo bisogno di solitudine e silenzio. Sono arrivato domenica a mezzogiorno . Ho lasciato il bagaglio in un angolo e mi sono cambiato: costume da bagno e un paio di ciabatte di gomma. Sono uscito. La spiaggia era lì, trenta metri dietro casa. Ho comprato una bottiglia di rum in un chiosco, ho camminato un pò lungo la spiaggia sabbiosa e mi sono seduto all'ombra dei pini. Troppa gente. troppo chiasso: musica, bambini, tutti a scaricare le proprie energie. La cosa più divertente era guardare quelli che scopavano nell'acqua. (PJG).

Air France da max

A seguito dell' iniziativa AirEuropa anche i francesi hanno abbassato i prezzi

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ciao

max

martedì 20 gennaio 2009

Squillo


A te piacciono le donne di strada, quella è carne di cane.

Sicuramente mia madre non la pensa in maniera diversa dalla mamma di Pedro Juan. Però come faccio a spiegarle che Cuba è lontana diecimila chilometri, il cielo è grigio, il tempo è inesorabile è segna il passare degli anni. Così un po’ per uscire dalla routine e dalla monotonia delle domenica del villaggio a volte decido di fare una fuga sulla costa adriatica. Un’ora e mezza di macchina è sono arrivato. Molte volte sono gli ormoni che impazziscono e mi destano dal letargo spingendomi verso la voglia di trasgredire che la visione di alcune immagini on line non fa che accrescere. Così penso che quando arriva il momento non c’è niente di meglio da fare che toccare con mano ciò che mi è passato davanti agli occhi durante la settimana.
Quindi telefonino alla mano comincio a far suonare i numeri che diligentemente ho appuntato su un foglio. Dall’altra parte un susseguirsi di voci femminili, la maggioranza con l’accento dell’est, in altri casi spagnoleggianti. L’ultima volta ho fatto visita a una ragazza biondina di ventuno anni, un bel fisico e gradevole. Poi dopo averla salutata ho ripreso in mano il giornale con gli annunci, l’attenzione mi è caduta su quello inserito da una certa Tiziana, affascinante mulatta. Non nascondo che da quando frequento l’isla ho un debole per la pelle scura. Per questo l’ho chiamata e ho scoperto che si trattava di una persona di venticinque anni proveniente da Santiago di Cuba. Quindi nonostante stesse in una zona distante mezz’ora da dove mi trovavo ho pensato che forse il gioco poteva valere la candela. Però purtroppo quando l'ho vista, dopo aver girato un pezzo per cercarla, sono rimasto deluso davanti a quella negrona che dimostrava di avere un’età superiore rispetto a quella che mi aveva detto al telefono, ma soprattutto in lei pur sforzandomi non riuscivo a trovare niente che potesse eccitarmi. Pertanto mentre ella si preparava ad allestire il letto io cercavo di tergiversare parlando degli altarini dedicati ai santi yoruba che vedevo in quella stanza o alla sua collana con l’immagine della Vergine del Cobre, mostrandole la mia medaglietta. Poi all’ennesima richiesta da parte della cubana, escopamo; mi sono inventato la balla che ero andato li alla ricerca di una donna scappata da casa.La prostituta si è offesa e mi ha lanciato qualche parolaccia, mentre io me la sono data a gambe levate per la tromba delle scale, fino alla macchina. Poi guardando l’orologio ho pensato che la serata non poteva concludersi in quel modo e ho proseguito verso una località della riviera più a nord. Anche in questo caso solito giro di telefonate prima della scelta definitiva. Tutt’altro scenario mi si è presentato quando si è aperta la porta dell' appartamento. Un’ affascinante amazzone, dai capelli neri e come direbbe il compianto Ivan Graziani; lunghi lunghi fino al mandolino. Siccome la tariffa non era esagerata ho deciso di stare un po’ con lei.
Prima di imboccare l’ autostrada sul lungomare ho visto delle ragazze, in maggioranza rumene, ma, pur scorgendone alcune carine, mi sentivo appagato e non trovo logico beccarsi una multa per una scopata quando c’è una alternativa per fare del sesso.
Dopo un paio d’ore ero di nuovo a casa, ho mangiato una mela e sono andato a dormire.

Abruzzo, gennaio 2009
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lunedì 19 gennaio 2009

Chiudo gli occhi



chiudo gli occhi e immagino una coperta di stelle sopra la mia testa

chiudo gli occhi e immagino la terra rossa ed il bianco fusto della palma real

chiudo gli occhi e immagino sulle mie labbra il dolce sapore del ron anejo e lo schiudersi delle tue labbra

chiudo gli occhi e immagino di sfiorarti i capelli ancora bagnati…di sentire il tuo odore

chiudo gli occhi e immagino che le mie dita scorrono sul corpo dell’innocenza

chiudo gli occhi e mi addormento col sorriso sulle labbra.

A cuba, Yanè y lo Indio.
Rimini gennaio 2009

Graziosa la mulatta con la canotta nera

sabato 17 gennaio 2009

Pequeña fiesta


Me gusta estar solo y en silencio
en mi casa por la noche
Estoy solo con un trago de ron
y todo va bien
De todos modos la soledad no es absoluta
Somos suficientes en la fiesta
Estoy yo
Está Dios
Y está el teléfono

Pedro Juan Gutiérrez

San Miguel del Padron











Una sera, io ed un mio amico, fummo invitati ad una festa di compleanno a San Miguel del Padron.
Prendemmo due enormi torte alla dulceria di Guanabo, un po’ di bottiglie di tucola ed una buona scorta di ron per noi.
Il festeggiato compiva 17 anni, era il fratello della novia del mio amico.
Quindi partimmo alle 8 di sera per raggiungere la famigliola che sapevamo composta da: Nonna, Padrazzo, due sorelle, il festeggiato e vari niños.
Giunti sul posto trovammo una bolgia di gente da far invidia alla festa dell‘Unita di Gatteo a Mare…una marea di gioventù nel più assoluto asseto da divertimento.
Guardo il mio amico che nel mentre aveva alzato gli occhi al cielo ed osservava il cubico edificio, in particolare la sua rampa di scale…era una scala viva, in movimento…da essa ed in essa uscivano e salivano decine di giovani. La scena mi sembrava molto vicina al certosino lavoro dei formicai…la catena umana si spezzava e si ricomponeva con altrettanta celerità tipica dei giovani.
Guardai Antonio e gli dissi: Mi potevi dire che invece del compleanno si festeggiava il santo Patrono! E dove cavolo ci presentiamo con queste due torte?
Salimmo al piano e quei giovani che formavano quella coda indisciplinata si spostarono con delicatezza e con inusuale rispetto….mi sentii come una donna incinta all‘atto di prendere il tram…la gentilezza nel farci passare fu quasi commovente. Noi eravamo gli ospiti della famigliola e loro cercavano solo la musica.
Fu una splendida serata di compagnia e di cose semplici fatte da solido ed insostituibile calore umano. Ancora oggi serbo piacevolmente il suo ricordo.

giovedì 15 gennaio 2009

Carne di cane


Questa poesia di Pedro Juan Gutèrrez e dedicata agli amici Pedro y Pumario.


Y volver al polvo

Me gustan las mujeres perversas que me piden el látigo.
Y quieren que les ponga dinero en la mano mientras las penetro y les digo cochinás al oído.
Esas mujeres que engañana sus maridos.
Y se escapan conmigo una semana.
Por ahí.A cualquier lugar.Mujeres locas.Ladronas, putas, infieles.
Sueñan con vivir en la calle, de noche,y llevar una vida caótica y brutal.
Desean ser un juguete flotando en la tormenta.
Templar conmigo en la sauna delante de todos para que nos miren y se masturben.
A veces llegan los poemas que me escriben:Deep in a dreamI smokeA marijuanaCigaretteAnd dive intoClouds...Entonces sé que será difícil abandonar el desorden y el caos.
Quiero refugiarme en algún monte.
Lejos y no pensar que el final se acerca.
Y volveré al polvo.
Serenamente.
Como una chispamínima en la inmensidad.

Pedro Juan Gutiérrez

martedì 13 gennaio 2009

le figlie di Ochun


Qui molte donne - credo la maggior parte - sono filgie di Ochun, la Vergine della Carità del Rame. Sono dolci, belle e affettuose fino a quando sono innamorate, ma poi diventano spietatamente infedeli. Sono carnali, lussuriose. Con il tempo si impara a riconoscerle. (da Sapore di me, Trilogia Sporca dell' Avana, P.J. Gutierrez, )

sabato 10 gennaio 2009

per i buongustai


Io provengo da una terra dove il maialetto è una tradizione indiscutibile, non c’è festa senza il maialetto. E la prima volta che andai a Cuba quasi canzonai i miei amici che lodavano il maialetto alla cubana. “Ma che cazzo dite?!”… poi assaggiandolo mi dovetti ricredere è oggi apprezzo, come nella mia terra, il maialetto alla cubana con la sua naranja agria il quale gli da quell’eccellente tocco di sapore e che nulla ha da invidiare a quello che facciamo dalle mie parti.

venerdì 9 gennaio 2009

Immaginate di...





















Radio Mambo

Tutti i lunedì e venerdì dalle 19,00 alle 20,00 Roberta "Besito de Coco" conduce un programma dedicato alla musica cubana intitolato Speciale Cuba, però Roberta già da qualche ora prima è alla consolle di Radio Mambo per trasmettere brani di musica latina.
Besito di Coco è un'istituzione a Roma e non solo per quanto riguarda i suoni della nostra isla, infatti oltre a presentare la serate al Fiesta e nei vari locali della capitale ha scritto anche un libro e sul web si possono leggere le sue interviste ai vari personaggi della musica cubana.
Il segnale dell'emittente capitolina, non arriva lontanto, però il programma si può seguire on line collegandosi al seguente indirizzo
www.mambo.it

Un invito a Gugumarino a mettere il link della radio sul Blog

martedì 6 gennaio 2009

una venere in affitto...


Ero giunto al Taramar, sulle alture di Tararà, in prima serata con i miei amici. La porta del locale era di modello saloon degno di una pellicola di Sergio Leone.
All’ingresso un negrone che dispensava sorrisi…a noi turisti e meno agli avventori cubani. All’interno del locale, sulla parte sinistra, sostava la “blanquita” di guanabacoa con la sua solita bucanero in mano, in perenne attesa dello sprovveduto turista…se ubriaco ancora meglio.
Mi siedo con i miei due amici ed ordiniamo ron anejo.
Il locale è carino…è all’aperto e questo comporta una maggiore vivibilità a differenza degli altri locali sparsi li attorno.
È una specie di caraoke all’aperto…con funzioni, all’occorrenza, da discoteca.
Sorseggiamo i nostri ron senza enfasi e senza trasporto….ma notiamo che i nostri vicini di tavolo con le loro donne hanno più “trasporto”…difatti il cameriere è un ottimo centometrista…non fa in tempo a posare le cristal e le bucanero che deve correre a portarne delle altre. Qualche birra, furbescamente, finisce nell’aiuola li accanto…formando una chiazza umida vicino ai pochi fiori rinsecchiti. Forte della sua astuzia, e vedendo che notavamo lo strano “consumo” una delle ragazze ci rivolse un velato sorriso in cerca di complicità.
Agli uomini che accompagnavano le ragazze…dall’accento prevalentemente del nord Italia, intorno a loro si era formato un tale marasma che sembravano 50 persona…ne contai 5 di loro e 5 accompagnatrici. Tutti gli uomini avevano un’età tra i 40 e 50 anni…ben vestiti ed appassionatamente ubriachi, le donne tra i 18 ed i 23 anni tutte appassionatamente jinetiando.
Fu allora che notai una bellissima mulata che entrava nel locale. Essa rivolse un sorriso al negrone della sicurezza e con sicure falcate raggiunse il centro del locale. Dietro di lei si materializò un bianco dall’aspetto possente, i suoi lineamenti erano da europeo con mescolanza india…alto, snello, naso aquilino….e gli occhi pure.
I loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo poi lei raggiunse il chiassoso tavolo e con profonda innocenza si sedette nel ciglio dell’aiuola. Lui, da canto suo, raggiunse la zona soprastante del locale e sembrava osservare con attenzione la partita a bigliardo che li affianco si sviluppava. La mulata osservava, e visto l’angusto luogo che si era scelta, elargiva sorrisi di scuse ai 5 allegri avventori. Era bellissima, il suo seno era coperto da un piccolo top color arancio marca adidas. La gonna, anch’essa arancione e facente parte del completino copriva a malapena le sue decenze. Il tutto sembrava essere stato preso in prestito ad una bambola delle barbi. Aveva i cappelli lisci e ben curati, il sorriso era dolce…sicuramente di circostanza ed in sintonia con l’ambiente. La sua pelle era color dell’ebano ed ad ogni movimento si notavano il guizzo dei muscoli che non facevano altro che accentuare la sua bellezza africana.
Le cinque ragazze avevano intuito le sue intenzioni…ma lei non se ne preoccupò.
Il ragazzo, con aria fuggente, dall’alto del locale osservava silenzioso.
Fu un breve istante, il più ubriaco le passò vicino e lei non fece altro che invadere quell’esiguo spazio per mettere l’uomo in suo pieno potere.
Lei era la Regina della notte e lui un semplice suddito del vizio.
Scambiarono quattro parole e l’euforia dell’uomo ebbe una sostanziosa scossa.
Prese l’uomo per mano guadagnando l’uscita….e li, come se il suo corpo fosse stato richiamato da una impellente necessità fisiologica, si diresse verso la vicina toilete…non girò a sinistra per i bagni ma fece quei sei gradini che separavano la zona rialzata dalla pista da ballo, e con slancio di passione regalò un bacio al compagno… prima di dirigersi nuovamente verso l’uscita dove il turista la aspettava.
Io sorseggiavo il mio ron in una serata stanca e mi trovai a pensare che: al di la delle necessità, oltre le barriere culturali, in fondo all’oceano dei nostri sentimenti…forse quel bacio era frutto di una genuina verità incomprensibile ai miei occhi.
Tararà febbraio 2005
By Maverick

lunedì 5 gennaio 2009

Josè Antonio Saco Lòpez-Cisnero

Precursore anzitempo della difesa della nazione e della nazionalità cubana, sebbene ancora in formazione, José Antonio Saco, che non aspirava all'indipendenza ma all'autonomia, combatté nella prima metà del secolo XIX le correnti annessioniste, che sempre considerò un male irreparabile per il futuro di Cuba.Uomo di grande intelligenza e cultura, figura rinomata della Seconda Fase Riformista, era nemico del regime dispotico spagnolo delle cosiddette "facoltà onnicomprensive". Per essersi contrapposto al Capitano Generale Miguel Tacón venne esiliato, dal 1834 e per quasi tutto il resto della sua vita.Sul tema dell'annessione Saco scrisse moltissimo e polemizzò con gli amici che avevano assunto questa tendenza con l'idea di liberarsi dalla Spagna. Prevedette la perdita della nazionalità, l'obiettivo statunitense di estendersi verso sud e il pericolo di una guerra coloniale alla quale avrebbero preso parte, oltre ai nordamericani e agli spagnoli, anche l'Inghilterra e la Francia."È di tale importanza l'isola di Cuba – affermò - che il suo possesso darebbe agli Stati Uniti un potere così grande che l'Inghilterra e la Francia non solo vedrebbero di molto compromessa l'esistenza delle loro colonie americane, ma sentirebbero anche venir meno quel potente influsso che esercitano in altre parti del mondo".Considerava improbabile la vittoria degli Stati Uniti in un simile conflitto, ma qualora fosse accaduto, si chiedeva, quale sarebbe stata la sorte di Cuba trasformata in teatro di una lotta sanguinaria e devastatrice. "Non dobbiamo mai dimenticare – disse - che se in essa si impegnassero gli Stati Uniti, ciò avverrebbe per una loro espansione territoriale e politica più che per la felicità degli attuali abitanti di Cuba. Che questi muoiano pur di raggiungere i loro fini, non importerebbe niente, proprio niente, visto che Cuba verrebbe ripopolata dai suoi nuovi proprietari". "…io vorrei che Cuba fosse non solo ricca, illuminata, morale e potente, ma vorrei anche che fosse cubana, e non anglo-americana".Temeva per il piccolo arcipelago cubano. Il suo anti-annessionismo sorse per aver vissuto negli Stati Uniti e per aver osservato nel 1832 a New Orleans la competizione elettorale tra le comunità di origine anglosassone e francese, nella quale il candidato di quest'ultima vinse con stretto margine anche se esisteva la possibilità che presto sarebbe stata assimilata dai nuovi padroni (per solo 15 milioni di dollari il presidente Thomas Jefferson comprò nel 1803 da Napoleone Bonaparte il vasto territorio della Louisiana).Saco nacque a Bayamo, nell'oriente cubano, il 7 maggio 1797 e morì a Barcellona, in Spagna, il 26 settembre 1879. Le sue spoglie vennero sepolte a Cuba.I primi studi li compì nella sua città natale; nel 1814 cominciò a studiare diritto e filosofia nel Collegio San Basilio di Santiago de Cuba, e due anni dopo entrò nel Seminario di San Carlos a La Habana, dove divenne allievo del Padre Félix Varela e dove si diplomò in Diritto Civile, nel 1819. Quando conseguì la laurea in Filosofia, nel 1821, presso l'Università di La Habana, sostituì Varela nella cattedra di quella disciplina, occupando anche quella di Scienze Fisiche nel Seminario di San Carlos.Visitò gli Stati Uniti durante un viaggio di studi nel 1824; rimase a Cuba dal 1826 al 1828, facendo ritorno negli Stati Uniti per fondare assieme a Varela il Messaggero Settimanale, del quale fu redattore e collaboratore dal 1828 al 1831. Rimpatriò nel 1832 e diresse la Rivista Bimestrale Cubana; in essa venne pubblicato in quell'anno il suo notevole saggio ‘Memoria sulla disoccupazione a Cuba’.Quando due anni più tardi venne esiliato, viaggiò per il Portogallo, la Francia, l'Italia, l'Austria e la Germania.Eletto rappresentante alle Cortes nel 1837 per Santiago de Cuba, gli venne proibito di entrare in carica e di partecipare alle sessioni in cui presentare le istanze dei riformisti cubani.Alla fine del 1860 fece ritorno al suo paese e nel 1866 fu uno dei delegati della Giunta di Informazione a Madrid, che si concluse con un fallimento. Qui votò in un modo singolare, abbandonando l'idea dell'assimilazione per quella di un regime autonomo simile a quello che il Canada aveva all'epoca.Autore enciclopedico, i suoi numerosi e diversi lavori comparvero su quotidiani e su riviste di Cuba, degli Stati Uniti e dell’Europa, così come in opere pubblicate.Tra i suoi libri spiccano la ‘Storia della Schiavitù dai tempi più remoti fino ai nostri giorni’, in tre tomi, pubblicato tra il 1875 e il 1877, e i ‘Documenti su Cuba’, pubblicati in diversi volumi per la prima volta a Parigi nel 1854 e ristampati a La Habana nel 1960 dal Ministero dell'Educazione del Governo Rivoluzionario. La prima opera fu il risultato di circa otto anni di ricerche, mentre la seconda riunisce i suoi lavori migliori intorno alla tematica cubana.



“...Quince años ha que suspiro por ella (Cuba), resignado estoy a no verla nunca màs; pero menos me parece que la veria si tremolase sobre su castello y sus torres el pabellòn americano. Yo creo que no inclinarìa mi frente ante sus rutilantes estrellas, porque si he podido soportar mi existencia siendo extranjerò en el extrajero, vivir extrajero en mi propria tierra serìa para mì el mas terrible sacrificio".
"Despuès de un largo exilio, muriò en la pobreza el 26 de septiembre de 1879. Pidiò que en su tumba se colocase esto epitafio: " Aquì yace Josè Antonio Saco, que no fue anexionista, porquè fue màs cubano que todos los anexionistas."

Tratto da Historia de Cuba, fornaciòn y liberaciòn de la naciòn 1492-1898 (pag.196)


Leggendo il sopramenzionato libro di storia Cubana mi ha colpito molto la figura di questo antico intellettuale…e soprattutto mi ha affascinato la sua passione e l’amore verso la sua Patria.
Poi, leggendo queste sofferte note, mi ha portato a rileggere il “ser cubano” nella lettera testamento di Agustin Tamargo e sono arrivato alla conclusione che la cubanità è un sentimento molto profondo e stratificato nella società medesima. Non si spiegherebbe dunque; l’esilio volontario, la fuga dalle proprie radici e la più delle ingiuste pene che l’umanità possa subire: la prigionia nella propria Patria senza libertà di espressione.

domenica 4 gennaio 2009

Ricordi magici



Molte volte ho legato questa canzone al famoso ballo che ho assistito più di una volta al guanimar,chiudendo gli occhi potevo percorrere 10000 km in pochi istanti,ora però un'occhio può rimanere aperto perchè grazie a questo video su internet mi sarà più facile percorrere il mio sogno.
Dedicato a pedro,maverick y la liquerizia.........yo sabe

postato da bagnevole su you tube

sabato 3 gennaio 2009

Lo amanacer de mis ojos




En la pereza de un dia de invierno

me despierto de incanto

escuchando los latìdos de mi corazon

que cantan una musica muda, indefinida

quizà! Esperando un melodioso amanecer

donde mis ojos encontrarian otra vez los tuyos.
Alberto.
Poesia para Dianarosa..mi pasion.
Rimini gennaio 2009

venerdì 2 gennaio 2009

SI TENGO UN HERMANO


Si tengo un hermano
(Silvio Rodríguez)

Si tengo un hermano, hermano que arde,
hermano mestizo, hermano de hambre,
empapo mis himnos con luz de su aire,
tiño mi bandera también de su sangre,
si tengo un hermano, si tengo un hermano.

Si tengo un hermano, hermano de suerte,
hermano de vida, de historia y de muerte,
no mido sus años, su poca fortuna,
no mido su facha, ni mido su altura,
si tengo un hermano, si tengo un hermano.

Si tengo un hermano, hermano de sueños,
hermano de bala, hermano de empeño,
le entrego mis libros, le entrego mis manos
sin un humillante recibo de pagos,
si tengo un hermano, si tengo un hermano.


(1972)

AMANECE EL NUEVO ANO

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giovedì 1 gennaio 2009

Buon inizio 2009


Alla vostra salute..e che il 2009 vi regali mari di emozioni poiché l’uomo, senza emozioni, è come una goccia nel deserto…un soffio e si dissolve.

Alberto

Omaggio ai Cubani che ci leggono


soy Cubano secondo il pensiero di Agustin Tamargo

Sobre mi mesa de trabajo encontré una nota. No sé de dónde vino, ni quién la escribió, acaso fui yo mismo en días que he olvidado. Pero quiero transmitirla a mis lectores porque creo que recoge un sentimiento colectivo. La nota dice así:
Soy cubano. Para algunos tal vez no es mucho, pero a mí me basta y me sobra. Soy cubano. Podría ser venezolano, español o norteamericano. Pero sería un modo de ser artificial, de voto y pasaporte, hijo del papel y la tinta, que no cuadra a mi naturaleza. Soy cubano. Un cubano integral, de las buenas y de las malas. Soy cubano. Tengo un himno y una bandera. Y tengo, sobre todo, una historia, llena de nombres, hechos y lugares gloriosos en la que bebo, como en una fuente, cada vez que me acosa el desaliento. ¿Podría cambiar por algún hecho histórico extranjero a Las Guásimas, Palo Seco y Peralejo? ¿Podría negociar por algo el 10 de Octubre, el 24 de Febrero, Baraguá, Playa Girón o El Escambray? Soy cubano. Cubano de café negro, de tabaco y de casabe, de son y de ron, de baile en La Tropical y de guateque guajiro. Soy cubano de hablar a gritos, de jugar a la pelota, de piropear a las mujeres. Y de bajar como un río de fuego por la escalinata de la universidad.No soy un hombre, si se mira bien, soy una pasión que camina, y cuando enfrento la realidad última de mi vida, que es la de que no tengo patria, me vuelvo una verdadera furia. Por eso los extranjeros no me entienden. ¿Cómo van a entender que quien lo tiene todo siga pidiendo más? Y es que esos extranjeros no saben que ese todo, adquirido en tierra prestada y bajo sol ajeno, no puede curar una enfermedad fatal que se llama nostalgia de la tierra natal. Dicen que lo bello, cuando se pierde, se vuelve más bello todavía. ¿Y qué era Cuba desde que la bautizó Colón sino la tierra más hermosa que ojos humanos vieron?Así, dentro del alma, carga el cubano a Cuba por todas partes como un escapulario para defenderse de la soledad. Podría decir también como un escudo. Con la historia de Cuba al brazo va el cubano por el mundo defendiendo a su tierra bienamada frente al envidioso y el calumniador. Cuba es su niña. Cuba es su obsesión y su desvelo. Cuba es su madre, pero es también su hija. Cuba es su amante lejana inolvidable. Los libros que el cubano no leía en la isla los lee ahora aquí. La música que allá no escuchaba la escucha ahora aquí. Los cuadros que allá no miraba los mira ahora aquí. El cubano no vive en una casa ni en un apartamento, vive en un baúl de recuerdos. Cada vez que abre ese baúl y encuentra una fotografía marchita por el tiempo sufre una herida. Cada palabra criolla que no conocía o había olvidado y redescubre de pronto se le transforma en un instrumento defensor de su autenticidad. En el hipódromo de Hialeah hay una hermosa guardarraya de palmas. No son palmas canas, ni palmetos, sino palmas reales, ésas que en Cuba coronan las lomas y las riberas de ríos. Están allí, pero fueron traídas de allá. Se asegura que por las noches un hombre solitario camina bajo esas palmas hablando solo. No es invención de nadie. Ese hombre soy yo.Soy cubano. No quiero, ni puedo, ni acepto ser ninguna otra cosa. Ser cubano es hoy una prueba amarga, un desafío. Allá en la isla un sujeto inicuo que una vez metió en ella a los rusos mete ahora a los traficantes y a los turistas extranjeros con la misma finalidad: pisotear al nativo. Aquí en el destierro, la prosperidad material por un lado y la indiferencia del extraño por otro, hacen del cubano un ser solitario e incomprendido. Nadie lo entiende, nadie respeta su afiebrada vigilia en espera del amanecer de la libertad. Todos le piden que se olvide, que se adapte, que haga como el resto de los refugiados del mundo, que inicie una nueva vida. ¿Se puede, realmente, iniciar una nueva vida? ¿Dónde afincará sus raíces esa nueva vida? ¿En el Cuatro de Julio americano? ¿En el Dos de Mayo español? ¿En el 14 de Julio francés? No, no.La historia de un pueblo no puede ser una falsificación copiada. La historia de un pueblo es una continuidad, el plebiscito diario de que hablaba Renan. De Diego Velázquez a Fidel Castro la historia de Cuba ha sido un largo peregrinaje hacia la única felicidad posible: la que proporciona la libertad. Cuba mató su indio, masticó su negro y se tragó su español y de esa misteriosa ceremonia de sangres mezcladas, de infinitos tonos, sacó al cubano.Hombre de islas, hijo del sol, ese cubano lo ha sido todo sobre su tierra ardiente. Matemático y jugador de gallos, ajedrecista y cantor de puntos guajiros, hacendado y político, rumbero y profesor. Fernando Ortiz es el cubano, Miguel Matamoros es el cubano, Gastón Baquero es el cubano, Alvarez Guedes es el cubano, José Canseco es el cubano, el chinomulato Wifredo Lam es el cubano. ¿Se puede olvidar un país así sólo porque el anfitrión ocasional sea generoso y la mesa esté bien servida? Yo sinceramente creo que no. Como decía Martí de los que iban a su tierra cuando aún el español la ofendía con su presencia: Otros pueden, yo no puedo''.
Hasta aquí la nota misteriosa que encontré en mi escritorio. Apareció allí como una página testamentaria, como una botella al mar. Vino Colón, vino Hernán Cortés, vino la desolación de la huida en masa. Pero la isla está allí, Cuba está allí. Esperando con los brazos abiertos por sus hijos dispersos. Hijos a los que simboliza dolorosamente ese cubano que habla solo por las noches bajo las palmas de Hialeah.