lunedì 5 gennaio 2009

Josè Antonio Saco Lòpez-Cisnero

Precursore anzitempo della difesa della nazione e della nazionalità cubana, sebbene ancora in formazione, José Antonio Saco, che non aspirava all'indipendenza ma all'autonomia, combatté nella prima metà del secolo XIX le correnti annessioniste, che sempre considerò un male irreparabile per il futuro di Cuba.Uomo di grande intelligenza e cultura, figura rinomata della Seconda Fase Riformista, era nemico del regime dispotico spagnolo delle cosiddette "facoltà onnicomprensive". Per essersi contrapposto al Capitano Generale Miguel Tacón venne esiliato, dal 1834 e per quasi tutto il resto della sua vita.Sul tema dell'annessione Saco scrisse moltissimo e polemizzò con gli amici che avevano assunto questa tendenza con l'idea di liberarsi dalla Spagna. Prevedette la perdita della nazionalità, l'obiettivo statunitense di estendersi verso sud e il pericolo di una guerra coloniale alla quale avrebbero preso parte, oltre ai nordamericani e agli spagnoli, anche l'Inghilterra e la Francia."È di tale importanza l'isola di Cuba – affermò - che il suo possesso darebbe agli Stati Uniti un potere così grande che l'Inghilterra e la Francia non solo vedrebbero di molto compromessa l'esistenza delle loro colonie americane, ma sentirebbero anche venir meno quel potente influsso che esercitano in altre parti del mondo".Considerava improbabile la vittoria degli Stati Uniti in un simile conflitto, ma qualora fosse accaduto, si chiedeva, quale sarebbe stata la sorte di Cuba trasformata in teatro di una lotta sanguinaria e devastatrice. "Non dobbiamo mai dimenticare – disse - che se in essa si impegnassero gli Stati Uniti, ciò avverrebbe per una loro espansione territoriale e politica più che per la felicità degli attuali abitanti di Cuba. Che questi muoiano pur di raggiungere i loro fini, non importerebbe niente, proprio niente, visto che Cuba verrebbe ripopolata dai suoi nuovi proprietari". "…io vorrei che Cuba fosse non solo ricca, illuminata, morale e potente, ma vorrei anche che fosse cubana, e non anglo-americana".Temeva per il piccolo arcipelago cubano. Il suo anti-annessionismo sorse per aver vissuto negli Stati Uniti e per aver osservato nel 1832 a New Orleans la competizione elettorale tra le comunità di origine anglosassone e francese, nella quale il candidato di quest'ultima vinse con stretto margine anche se esisteva la possibilità che presto sarebbe stata assimilata dai nuovi padroni (per solo 15 milioni di dollari il presidente Thomas Jefferson comprò nel 1803 da Napoleone Bonaparte il vasto territorio della Louisiana).Saco nacque a Bayamo, nell'oriente cubano, il 7 maggio 1797 e morì a Barcellona, in Spagna, il 26 settembre 1879. Le sue spoglie vennero sepolte a Cuba.I primi studi li compì nella sua città natale; nel 1814 cominciò a studiare diritto e filosofia nel Collegio San Basilio di Santiago de Cuba, e due anni dopo entrò nel Seminario di San Carlos a La Habana, dove divenne allievo del Padre Félix Varela e dove si diplomò in Diritto Civile, nel 1819. Quando conseguì la laurea in Filosofia, nel 1821, presso l'Università di La Habana, sostituì Varela nella cattedra di quella disciplina, occupando anche quella di Scienze Fisiche nel Seminario di San Carlos.Visitò gli Stati Uniti durante un viaggio di studi nel 1824; rimase a Cuba dal 1826 al 1828, facendo ritorno negli Stati Uniti per fondare assieme a Varela il Messaggero Settimanale, del quale fu redattore e collaboratore dal 1828 al 1831. Rimpatriò nel 1832 e diresse la Rivista Bimestrale Cubana; in essa venne pubblicato in quell'anno il suo notevole saggio ‘Memoria sulla disoccupazione a Cuba’.Quando due anni più tardi venne esiliato, viaggiò per il Portogallo, la Francia, l'Italia, l'Austria e la Germania.Eletto rappresentante alle Cortes nel 1837 per Santiago de Cuba, gli venne proibito di entrare in carica e di partecipare alle sessioni in cui presentare le istanze dei riformisti cubani.Alla fine del 1860 fece ritorno al suo paese e nel 1866 fu uno dei delegati della Giunta di Informazione a Madrid, che si concluse con un fallimento. Qui votò in un modo singolare, abbandonando l'idea dell'assimilazione per quella di un regime autonomo simile a quello che il Canada aveva all'epoca.Autore enciclopedico, i suoi numerosi e diversi lavori comparvero su quotidiani e su riviste di Cuba, degli Stati Uniti e dell’Europa, così come in opere pubblicate.Tra i suoi libri spiccano la ‘Storia della Schiavitù dai tempi più remoti fino ai nostri giorni’, in tre tomi, pubblicato tra il 1875 e il 1877, e i ‘Documenti su Cuba’, pubblicati in diversi volumi per la prima volta a Parigi nel 1854 e ristampati a La Habana nel 1960 dal Ministero dell'Educazione del Governo Rivoluzionario. La prima opera fu il risultato di circa otto anni di ricerche, mentre la seconda riunisce i suoi lavori migliori intorno alla tematica cubana.



“...Quince años ha que suspiro por ella (Cuba), resignado estoy a no verla nunca màs; pero menos me parece que la veria si tremolase sobre su castello y sus torres el pabellòn americano. Yo creo que no inclinarìa mi frente ante sus rutilantes estrellas, porque si he podido soportar mi existencia siendo extranjerò en el extrajero, vivir extrajero en mi propria tierra serìa para mì el mas terrible sacrificio".
"Despuès de un largo exilio, muriò en la pobreza el 26 de septiembre de 1879. Pidiò que en su tumba se colocase esto epitafio: " Aquì yace Josè Antonio Saco, que no fue anexionista, porquè fue màs cubano que todos los anexionistas."

Tratto da Historia de Cuba, fornaciòn y liberaciòn de la naciòn 1492-1898 (pag.196)


Leggendo il sopramenzionato libro di storia Cubana mi ha colpito molto la figura di questo antico intellettuale…e soprattutto mi ha affascinato la sua passione e l’amore verso la sua Patria.
Poi, leggendo queste sofferte note, mi ha portato a rileggere il “ser cubano” nella lettera testamento di Agustin Tamargo e sono arrivato alla conclusione che la cubanità è un sentimento molto profondo e stratificato nella società medesima. Non si spiegherebbe dunque; l’esilio volontario, la fuga dalle proprie radici e la più delle ingiuste pene che l’umanità possa subire: la prigionia nella propria Patria senza libertà di espressione.

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