sabato 24 gennaio 2009

Cuba. L'ingegnere, Eleonora e il destornillador


Quella mattina mi svegliai con la testa pesante. Inevitabile. Le 6 ore di jet lag non possono passare inosservate. Lasciato l’albergo mi avviai al luogo dove avevo appuntamento con Ronaldo, il tassista che la sera prima mi aveva accompagnato lì dall’aereoporto. Caricati i bagagli si punta verso est. Destinazione la Playa dell’Este.Scesi dalla calle 23 detta la rampa ci si insinua nel traffico del Malecon. Questo mitico lungomare che accarezza la città dell’Avana è allo stesso tempo luogo centrale e spartiacque della città nei confronti di qualsiasi altrove. Il parapetto del Malecon segna il limite,per i più invalicabile, di questa città. Di fronte il mare che qui significa anche libertà. Di fronte Miami dove i traditori hanno trovato rifugio e da dove gli stessi inviano messaggi di libertà e tanti dollari verdi. Un tunnel sottomarino, orgoglio dell’ingegneria " rivoluzionaria ", ci porta oltre il molo. Attraversata la baia del porto e lasciato alle spalle il morro ci troviamo di fronte un posto di polizia.La struttura è permanente e simile ad un casello autostradale. Il limite di velocità è di 40 km/h. I poliziotti sfoggiano dei modernissimi rivelatori a distanza della velocità che puntano sempre e solo verso le auto particular dei Cubani. Taxi ufficiali e auto noleggiate sono pressochè esonerate da ogni controllo. Grandi sono le strade che portano ad est e piccolo è il traffico di questo luogo dove un litro di Especial costa un dollaro e lo stipendio medio è di sei. Immensi cartelloni pubblicitari delle nuove società miste, costituite con lo straniero nemico ma ricco, ricordano che qualcosa sta cambiando. Si procede sotto una pioggia fitta che innesca una sarabanda di profumi. Molti dei quali sono nuovi, mai sentiti, forti. Si capisce che la terra è fertile e che i frutti sono dolci. Cerco di spiegare all’amico taxista che cosa voglio. Mentre lo spiego a lui anche io l’imparo visto che sono in assoluta assenza di un piano, di un programma, di una qualsiasi forma di previsione. Banale ma efficace è la mia richiesta. Vorrei una casa o una camera sulla spiaggia. Trattandosi di una richiesta particular la destinazione pressochè obbligata è Guanabo. Quel giorno lo ripetei così come si legge in Italiano.Molte settimane dopo quando lasciai quel luogo lo sapevo pronunciare come lo fanno loro: juanavo, morbida è la pronuncia come le colline che sovrastano la cittadina balneare. Lasciata la strada bianca che avrebbe continuato per Matanzas e poi proseguito per Varadero, si scende verso il mare in un viale costeggiato da enormi alberi tropicali carichi di frutti e fiori dai cangianti colori. Sui marciapiedi piccoli gruppi di scolari in rossa uniforme si muovono e corrono allegri. Quelli, mi spiegheranno, sono delle scuole elementari, mentre giallo senape è la divisa delle scolare delle medie. Il periodo speciale significa anche carenza di queste divise che danno ordine e decoro alla multicolore gioventù Cubana. Spesso la gonna a pieghe plissè è troppo corta per le giovani che il sangue di Africana origine ha donato loro lunghe e tornite gambe in imbarazzante contrasto con l’innocenza del volto. In fondo alla discesa una rotonda, uno dei punti di riferimento di Guanabo in quanto era lì che trovavi la gasolina, El Rapido (autogrill ??) che si faceva apprezzare per l’orario di apertura: 24 ore. Anche la cabina del telefono era lì con apparecchi nuovissimi ed un servizio allo stesso tempo eccellente ed assurdo. Tre donne a turno di 8 ore presidiavano la postazione con l’unica mansione di vendere ai turisti la targeta per 10 dollari l’una. Durata per l’Italia:3 minuti.Ronaldo inizia a guardarsi intorno mentre percorriamo la strada principale che attraversa Guanabo in tutta la sua lunghezza. Lo spettacolo è desolante. Decadente. Costruzioni che senza nessuna pretesa architettonica nello stato di abbandono in cui si trovano testimoniano senza mezze misure come questa gente se la stia passando.Villette anche con piscina (fuori uso) costeggiano la strada ed hanno il retro verso la spiaggia. Ronaldo si ferma di fronte ad una che pur essendo orientata come da richiesta era anche particolarmente mal messa. Mi basta un’occhiata per far capire a Ronaldo, di latina perspicacia, il mio dissenso. Si prosegue e capisco che dove sono alberghi non esistono case e viceversa. Una signora ci accoglie in vestaglia non nascondendoci che lei è appena sveglia. Sono le 11 di mattina. La signora appartiene all’esercito delle cinquantenni che popolano il mondo della notte che pur sentendosi fuori posto ripetono a se stesse " si vive una volta sola ". La camera c’è ma si libera nel pomeriggio. Sono 30 $ al giorno, eventuali pasti esclusi. Disponibilità di aragoste, camarones e frutta fresca. La signora che sa leggere la mia espressione e mastica un po’ di Italiano azzarda un’altra offerta che voleva essere irresistibile: " Tengo esperienza por cucinar spaghetti e il cafè sta espresso." Non volevo essere scortese, solo che la finestra della camera dava su una stradina che separava la casa dalla spiaggia, e la mia fantasia mi faceva immaginare traffici al chiaro di luna. Gentilmente accetto il biglietto da visita e passiamo oltre.Ronaldo capisce che non mi può scaricare alla prima e si mette l’anima in pace. Percorriamo tutta la strada, visitiamo molte case fino ad arrivare ad un bivio. A diritto verso la tienda, a sinistra su una strada che costeggiava da dietro, verso la spiaggia, il mercato all’aperto. Una casa isolata, sulla spiaggia, con due palme davanti e tre dietro mi attira. E dipinta di color glicine. Qui non esistono glicini ma il colore è quello. Avvicinandosi si vede parcheggiata una 124 made in Togliattigrad che stempera ogni illusione che la casa appartenga a chiunque di tenore di vita sopra la media di quei luoghi così desolati. L’auto si ferma.Le domande di Ronaldo ormai sono un rito: " Tienes un quarto con vista mar por turista Italiano ? ".Una signora bassa di statura e con un fazzoletto in testa che voleva proprio dare l’idea di un turbante si avvicina al cancello. La casa ha un aria familiare e non capisco ovviamente perché. Cosa poteva essere di familiare in un luogo che non ho mai visitato prima? Mi guardo intorno per il tempo che i due si spiegano e soprattutto mi allontano per dare modo a Ronaldo di accordarsi sul suo compenso in caso io accetti la sistemazione. Ronaldo non sapeva che in un mio soggiorno in Spagna avevo avuto modo di masticare un po’ di spagnolo, ma anche se l’avesse saputo, lui era cubano e quindi furbo per definizione, ed io italiano. Di colpo realizzo cosa legava quella e le altre case che avevo visitato a qualcosa nella mia memoria, ed il pensiero mi gonfia il cuore. Mio padre, perso ormai da 3 anni, il cui ricordo mi vinceva l’animo sempre quando meno me lo aspettavo. Lui era il collegamento con quello che vedevo. Mio padre non buttava via niente. Mio padre si preparava alla terza guerra mondiale dove avremmo avuto bisogno di qualsiasi cosa che a quel momento noi altri ritenevamo inutile. Mio padre ha dedicato del tempo ad insegnarmi questo. Credo proprio di non aver appreso. Queste case, questa gente spinta dalla carenza teneva conto di tutto e tutto era mantenuto in funzione contro ogni logica di decoro. I cancelli avevano lucchetti vecchi ed arrugginiti, le auto erano tenute insieme da espedienti e le carrozzerie erano piene di buchi. Le case, le cose di questa gente erano la testimonianza fredda e spietata di una vita di stenti. La dignità e la fierezza di questa gente poteva solo mitigare la desolazione. Un cenno e mi avvicino ai due. Il cancello si apre, pochi metri e sono in casa dove il marito, che risponderà al nome di Enrique,si alza da una sedia a dondolo di vimini con un movimento lento che sembrava non finire mai come la sua statura."Enrique Rocefort Senior!"La stretta di mano è sincera di questo uomo magro e forte. Lavorava fino a qualche tempo prima come JERENTE GENERAL DE LA EMPRESA DE COSTRUTION DE LA PROVINCIA DE LA HABANA. Un incarico importane, mi dissero, degno di un ex combattente della revolucion e per giunta laureato. La sua famiglia si era trasferita a L’Avana tanto tempo prima mossa dai venti della prima rivoluzione (quella contro gli Spagnoli) che spingevano da est verso ovest. Anche gli uragani di agosto hanno questa direzione. Negli occhi di Enrique si poteva intuire una vita vissuta. "Tanti ricordi e nessun rimpianto" mi disse una sera sorseggiando ron. Nel suo modo di parlare tutta la saggezza di chi ne ha viste veramente tante. La moglie mi indica delle scale senza ringhiera, strette e ripide. In cima alla scala 4 porte: 3 camere ed un bagno. La camera che mi viene mostrata è evidentemente occupata da qualcuno. Qui il turista è indispensabile per vivere ma se non viene meglio stare larghi. Il letto è grande ed alto. Come spalliera una finestra. Forse il termine non è corretto visto che non sono previsti vetri ma uno sporto con un meccanismo che in posizione chiusa lascia fuori il sole ma non l’aria. Una portafinestra è di lato al letto e questa si affacciava ad un terrazzo dove alcune gabbie di palome erano sistemate all’ombra di una palma. La vista è suggestiva. Il mare dei caraibi è lì davanti a me. Unica interferenza alcune antenne tv che la signora si affretta a dire che avrebbe spostato se proprio mi davano fastidio. Sorrido e cerco di immaginare quale ingenuità o bisogno di danaro portava questa signora a dire qualsiasi cosa pur di compiacermi.Il suo nome era Asia. Per tutti, anche per me, diventò mamma Asia. Figlia di otto fratelli era nata a L’Avana da una coppia di color ebano. Lei non era neanche mulatta ma sicuramente era stata bella per far innamorare il Rocefort ad un ballo pochi giorni prima lo scoppio della rivoluzione che liberò l’isola. Il padre di lei era molto colto per essere nero. Faceva il lettore in una fabbrica di sigari. Leggeva libri ad alta voce e con il tono giusto per le lavoratrici dalle mani callose ed il cuore tenero. "Si vantava di farle piangere con i suoi racconti" mi disse un giorno mamma Asia. Il suo repertorio cambiò una volta che il popolo stesso diventò padrone. Ancora lacrime per le donne ma questa volta di nascosto. Mi chiede 25 dollari al giorno e sinceramente non me la sento di trattare. Cerco, in qualche modo, di farle capire che avrei piacere di avere in esclusiva l’uso del bagno. Acconsente senza obiettare. Scoprirò poi che nel bagno alto non arriva quasi mai l’acqua.Questo era sicuramente il motivo per cui l’ingegnere Italiano,che calorosamente mi salutò quando scesi, aveva scelto una camera da basso."Piacere, mi chiamo Domenico vengo da Cremona e sono 4 anni che passo qui i mesi di Marzo e Settembre. Se seguirai i miei consigli non avrai problemi. "Una settimana dopo avrei scoperto che il suo modo di interpretare l’isola ed i suoi abitanti non era proprio il migliore per stare fuori dai guai. Ma lui era in buona fede. Presi possesso della camera dopo aver salutato e pagato Ronaldo. Mi diede un altro biglietto da visita. Evidentemente ero un buon cliente. Non ebbi più modo di incontrarlo. Portati i bagagli in camera iniziai subito a riporre gli indumenti nell’armadio e nei cassetti. Fatto questo mi andai a sdraiare in terrazza. Aveva smesso di piovere e adesso faceva anche caldo. Di fronte a me spiaggia, mare ed antenne tv. Certo è che non avrei avuto il coraggio di chiedere di rimuoverle. Certo è che erano veramente nel posto sbagliato. Qualcuno mi raggiunge in terrazza e mi rendo conto che la privacy non era compresa nel servizio. Manuel, 23 anni e carpentiere, figlio minore dei tre della coppia padrona di casa mi porta una noce di cocco appena strappata dalla madre palma con tanto di latte e con aggiunta di ron. E il benvenuto della casa. La bevo e la testa si fa leggera. Quasi a digiuno basta poco per sognare. Scendo da basso e inizia il corteggiamento sui servizi accessori che la casa offre. Dai pasti alla biancheria al servizio taxi è tutto un offrire. Tutto baratto! Domenico, l’ingegnere, mi prende da una parte e mi dà la prima lezione di vita. "Sei capitato bene, Enrique (il padrone di casa) ha combattuto con il CHE, è laureato e questo a Cuba vuol dire molto." Lo disse come se il fatto di essere ospite in quella casa da parte sua fosse frutto di chissà quale oculata scelta quando invece, venni a sapere poi, era capitato lì anche lui per caso. "Vedi Luca " ci davamo subito del tu nonostante la differenza di età perché evidentemente il clima vacanziero lo suggeriva, "qui a Guanabo come nel resto dell’isola il turista è sacro. Siamo noi a dargli da mangiare e soprattutto la polizia evita di importunare e rende la vacanza sicura ".Domenico era un ingegnere di oltre 60 anni, ma di quanto oltre non me lo disse mai. Aveva lavorato una vita in Italtel e poi creato una società di elettronica dopo essersi licenziato ma soprattutto dopo essersi assicurato la possibilità di fornire i suoi prodotti alla Italtel stessa. Aveva due figli che adorava ed una moglie che ormai sopportava anche perché malata di cancro. "Io non potrei fare a meno della mia famiglia e non gli faccio mancare niente. Due volte all’anno vengo in questo paradiso e cerco di compensare quello che il mio matrimonio ormai da anni non mi dà più."

(seconda parte)

Io potevo immaginare l’ingegnere nei restanti 10 mesi dell’anno come un qualunque padre di famiglia dedito alle mansioni più banali e dalla vita scandita dal ritmo delle trasmissioni tv e delle partite del campionato. E me lo vedevo lì a Guanabo a far concorrenza a giovani e baldi ragazzotti di ogni età a cercare ogni sera un frutto proibito che questa isola non negava a nessuno. Accettai di consumare dei pasti presso la famiglia ma con la riserva di avvertire di volta in volta la mia presenza. "Vedi Luca, io pago solo 10 dollari per la mia camera ma ho accordi per procurare il cibo per tutta la famiglia. Al mattino vado al mercato e compro pesce, carne e frutta con pochi soldi." Credo fosse l’unico turista ad usare i pesos cubani necessari per l’acquisto nel mercato riservato ai residenti al posto dei pesos convertibili, in pratica dei dollari stampati dal Fidel. "Tre giorni fa con l’equivalente di 12 dollari ho comprato un carnero (pecora) che riempie il congelatore." Era orgoglioso di questo accordo. Non sono sicuro gli desse un vantaggio economico, ma sicuramente gli occupava del tempo e lo faceva sentire padrone della situazione, ancora una volta manager come in tutto il resto della sua vita passata. Evidentemente, il comando è un vizio che non si perde facilmente.L’ingegnere era un uomo che sapeva quello che faceva. Mi confidò di aver fatto buoni guadagni con la borsa negli ultimi tempi e che il suo ultimo investimento era stato l’acquisto di molte azioni Olivetti che (secondo lui) avrebbero avuto una notevole e costante crescita di valore. Oggi posso dire che questa è stata l’unica cosa giusta che gli ho sentito dire o fare. Quando veniva la sera in quei primi giorni accettai di accompagnarlo verso il centro di Guanabo. La maglia da tennista, il pantalone corto, il golf blu sulle spalle e le scarpe da tennis davano all’ingegnere un’aria da turista per caso. Lo si sarebbe immaginato più a suo agio in una passeggiata a mare della Versilia piuttosto che nella perla delle Antille. Ci incamminavamo verso la casa del pollio, vero centro di tutte le attrazioni notturne di Guanabo. "Vuoi una gomma di queste?" mi chiese offrendomi dei confetti comprati a caro prezzo in una Italiana farmacia. "Sono le migliori" affermò convinto, dando al fatto una inspiegabile importanza. "Anche se non ti lavi i denti è lo stesso."Non riuscii a trattenermi. "Guarda che io i denti me li lavo sempre!"Lui rispose: "Ma se sei con una ragazza, fai prima a masticare una di queste." Era evidente che si riferiva a non meglio precisati problemi di digestione di cui soffriva e mi venne da pensare perché mai decidesse di comprare una pecora da mangiare in un paese tropicale se soffriva di questi disturbi. All’ingegnere piacevano le donne. Banale vero ?. L’ingegnere aveva paura delle malattie ed aveva un fratello medico (l’altro era uno stilista ed era morto). L’ingegnere conosceva l’anatomia delle donne e credeva che molto difficilmente una donna tratteneva un virus letale all’interno del suo fiore. Al massimo qualche irritazione. "Vedi, devi sapere che io quando voglio andare con una ragazza per prima cosa la faccio camminare, ma molto."Una persona malata difficilmente (secondo lui e contrariamente ad ogni buon senso) avrebbe potuto resistere alle lunghe passeggiate preparatorie che imponeva loro. Enrique, una volta in confidenza, mi rivelò un suo malizioso sospetto: quello era l’unico modo che aveva per stancare le giovani jineteras. Invece, ad ogni risveglio era un complimentarsi con se stesso, per la scelta fatta e per la prestazione offerta. Non di rado la ragazza (non vista) alzava gli occhi al cielo confermando quanto ampiamente sospettato. "Questa mi piace davvero e mi ha detto che vuole stare con me!"All’ingegnere non piaceva cambiare e se non fosse stato per quei contrattempi che inesorabilmente venivano a disturbare il suo piano di " monogamia " sarebbe stato contento di trascorrere l’intera vacanza con una sola compagn, ma le ragazze evidentemente non la pensavano così.Dopo tre giorni decisi che era il tempo di andare e noleggiai una jeep Feroza. Il nome prometteva cattiveria ed intraprendenza, ma in realtà i cavalli erano pochi ed il costo giornaliero alto. "Occhio alla ruota di scorta che se la fregano."Non so chi avesse insegnato questa Italiana espressione al dipendente Havanauto, ma il consiglio fu prezioso anche se incompleto. Quello che si fregavano davvero era la gasolina. Ero costretto a girare con il serbatoio quasi vuoto per limitare i danni.Il primo giorno invitai l’ingegnere a fare un giro. Compiaciuto dell’invito si presentò puntuale all’appuntamento con uno zaino a righe bianche e rosse che chiunque sopra i 15 anni si sarebbe rifiutato di portarsi appresso. Lui no."E’ pratico" disse rivelandomi il contenuto: crema idratante, acqua minerale, le solite gomme della farmacia Italiana e 10 metri di corda sottile di cui non mi seppe indicare l’uso se non di cendo: "Non si sa mai!" Ci dirigemmo verso L’Avana, destinazione l’università. Era l’ottava volta che veniva a Cuba ma non aveva mai messo piede fuori da Guanabo, che rappresentava per lui l’inizio e la fine del paradiso terrestre. Il giro fu piacevole. Delle ragazze che avrebbero dovuto bazzicare l’area dell’università l’Alma nemmeno l’ombra. D’altra parte con tal guida che cosa mi sarei dovuto aspettare? Era preparatissimo su tutto quello che riguardava Cuba, ma solo per sentito dire. Tornammo a Guanabo in tempo per la cena. Spaghetti con camarones niente male per un cuoco caraibico che era Enrique junior (detto Enriquito, 34 anni, primogenito, 3 mogli e tre figli). Era lui che si era preso la briga di cucinare adesso che gli ospiti erano due, poprattutto perché, erano possibili variazioni sul menù con quello che io accettavo di pagare. Consumata la cena l’ingegnere mi chiese se mi poteva seguire in auto visto che il cielo al tramonto aveva rumorosamente mostrato di aver voglia di pioggia. "Casomai, dopo torno a piedi" disse quando scese dalla jeep nel piccolo parcheggio dietro la casa del pollio. Quella sera lo vidi muoversi con passo spedito, l’occhio furtivo dietro la montatura Ray-Ban con lenti da vista. Cercava di nuovo, dopo che la studentessa che lo aveva accompagnato la notte prima lo aveva avvertito per telefono di un lontano parente improvvisamente aggravatosi. Dopo pochi minuti torna da me in compagnia di due ragazze mentre stavo bevendo una cerveza Cristall. Una se la teneva stretta, nel caso non avessi capito quale delle due a lui interessava, e la portava in giro con fare morboso quasi a rivendicarne l’esclusiva. "Ti presento Eleonora, viene dalla provincia di Las Tunas... come ti ho già detto: donna d’oriente tiene sangue caliente."L’oriente a Cuba è un insieme di provincie di cui Santiago è la più importante. In quei luoghi il clima è sensibilmente più caldo e sembra che questo renda tutti ancora più vivi. Da oriente vengono i giovani poliziotti che L’Avanero chiama palestinos. Il dispregiativo si intuisce. Il colore della pelle della gente di oriente non è nero, né mulatto, né creolo o trigueno, ma è appunto "pelle di oriente". I tratti somatici ricordano sangue indio per la gente di quei luoghi. Evidentemente terre meno colonizzati sia dagli Spagnoli (bianchi) che dagli schiavi (neri). Furono 800.000 gli schiavi strappati alla tribù Yoruba che viveva nelle coste dell’Africa occidentale sul delta del grande fiume Niger. Anche Eleonora aveva la pelle d’oriente. Aveva gli occhi di chi, lontano da casa, è in cerca di un po’ di fortuna. Li salutai dopo circa un'ora. Stavano passeggiando. Nessuna sfuggiva al check-up dell’ingegnere. Io me ne andavo in discoteca, loro prendevano la strada di casa.Al mattino dopo, l’ingegnere era ancora più euforico del solito. Manco a dirlo la prestazione aveva sorpreso lui per primo. Ma forse solo lui."Eleonora è la ragazza che starà con me per il resto della mia vacanza" fu la prima cosa che disse dopo il buongiorno."Lei è diversa."Era convinto di quello che diceva ed in qualche modo me ne convinsi anche io. Dopo una rapida colazione con caffè, ananas e guayaba (il più dolce dei frutti tropicali) ognuno prese la sua strada. Eleonora, invece della strada di casa prese quella della cucina dove si prestò per riordinare quanto necessario. Finito questo la vidi, dalla veranda dove seduto stavo leggendo un libro, pulire il pavimento con sorpresa della padrona di casa e soddisfazione dell’ingegnere. Lui lesse in quel comportamento la conferma di quanto sperato. Eleonora aveva 27 anni, tre figli e un marito di cui poco se ne sapeva anche perché rimasto lontano. I giorni scorrevano. Organizzare il niente da fare non è cosa facile. La presenza di Eleonora nella casa di Enrique dava un senso di rilassatezza. Lei sorrideva a tutti e distribuiva la sua presenza senza invadere le abitudini di nessuno. Un giorno qualcuno la cercò chiamandola per nome dal cancello della casa. Erano in due, un lui ed una lei, convincenti abbastanza da farla uscire di casa per un paio di ore. L’ingegnere non era contento. Lui sapeva che bastava un niente per far naufragare il suo sogno. La casa che Eleonora abitava prima di conoscere l’ingegnere era dietro la strada bianca, oltre le colline che sovrastavano Guanabo. L’ingegnere la conosceva perché l’aveva l’accompagnata lì il giorno dopo il loro incontro. Ci vollero pochi minuti per recuperare le poche cose che l’avevano seguita nel suo allontanarsi da Las Tunas, ma un’ora e mezzo di cammino fra l’andata ed il ritorno.Eleonora quel pomeriggio tornò dopo un paio di ore con passo svelto ed un’ombra nera su l’occhio destro. "Stavo usando la scopa che il manico mi ha colpita" disse con poca convinzione, lo sguardo gettato altrove. L’ingegnere era l’ultimo a crederci, ma il primo a sforzarsi di farlo. Quale diavolo di accidente poteva ora accadere per scompigliare i suoi piani? In fondo lui chiedeva solo di stare tranquillo con la donna che gli piaceva. Chiunque riusciva ad ottenere questo nel paradiso di Guanabo. Una cena a base di pescado ed un vino spagnolo comprato alla tienda vicino a casa allontanarono l’ombra del misterioso fatto. Un’altra notte passò con il rumore del mare che cullava tutti noi che abitavamo la casa di Enrique. Ognuno con i propri sogni e con i propri pensieri. Al mattino l’ingegnere mi chiamò da parte e con un fare che si addiceva più alla rivelazione di un segreto di stato che ad una semplice confidenza e mi disse: "Quello venuto ieri era il marito e quell'altra la cugina di Eleonora". Si guardò intorno due volte ed aggiunse: "Se torna ancora gli dico due parole io. Che non pensi di trattare male Eleonora!"Sembrava convinto e sincero. Quello che non aveva presente era che anche in un paese dai costumi libertini come Cuba un marito ed una moglie, almeno fino a quando tali, hanno obblighi reciproci tra cui non ultimo la fedeltà. Si presentarono ancora e, come da promessa, fu l’ingegnere a vestire i panni dell’accusato e dell’accusatore. Dette fondo a tutta la sua padronanza di spagnolo e fece capire alla coppia, che rimase per tutto il tempo oltre la rete, che Eleonora sarebbe stata sotto la sua protezione e che non c’era niente da aggiungere e che, in ogni caso, correva voce che da oriente si era messo in viaggio il fratello di Eleonora da lei chiamato per contribuire alla soluzione del contrattempo.

(terza parte)

Tutto era risolto. Si poteva riprendere ad inanellare giornate scandite da passeggiate sulla spiaggia, pranzi e cene con seguente momento di amabile conversazione che di volta in volta toccava gli argomenti più diversi. Ah! L’ingegnere aveva studiato e viaggiato e di politica e di elettronica non accusava mai difetto. Una sera che fu aperta qualche birra di troppo mi raccontò come arrivarono alla definizione dei prefissi telefonici Italiani e tanti altri particolari che potevano appassionare solo chi come lui aveva dedicato all’argomento mesi del suo tempo. E le giornate scorrevano, ah se scorrevano!.Quel giorno mi ero spinto con Joana e la Feroza verso Matanzas. Senza convinzione, insistevo in quella direzione. Incontrai pozzi di petrolio sulla spiaggia ed un bosco di palme sulla destra che di più bello non avevo mai visto. Matanzas ha un porto, alcuni ponti e la strada bianca la taglia in due. Si prosegue e si arriviamo a Varadero dopo una mezz’ora. Incontriamo paesaggi che si stampano negli occhi e nel cuore.Alt ! L’ingresso in Varadero è controllato e regolato dal pagamento di un pedaggio. Gli alberghi sono nuovi e di straniera fattura in questa lingua di terra che insulta il profilo della costa. Ci spingemmo avanti finché non mancò la strada per proseguire. Eravamo nella punta della penisola stretta e lunga che dava l’impressione di essere in mezzo al mare. Il tramonto di una giornata di sole è rosso come l’inferno in questo luogo di paradiso. Degli aironi ci sorvolarono a bassa quota andando a planare in una piccola laguna. Un vento teso ci rinfrescava la pelle dopo una giornata calda e l’aria era dolce come il miele. E’ tempo di tornare. Joana mi chiede come si vive in Italia. Quanto è difficile spiegare un luogo così diverso. Un pensiero mi accarezza la mente. Forse troppo profondo o pregno di filosofia spicciola. Quale mano aveva deciso che nei posti più belli del mondo vivessero genti che faticavano per campare e leggi che rendevano tutto ancora più difficile? Possiamo davvero dire casuale che la natura dei luoghi sia più gentile dove la gente è destinata a soffrire? E’ la dolcezza del clima e l’abbondanza dei frutti a dare speranza a questa gente dalla dignità offesa ? L’ombra della jeep si allungava sempre di più nella strada del ritorno. Mi avvicino a casa, e come accade ormai da qualche giorno le persone da salutare sono sempre di più e questo tempo andrà calcolato per non fare tardi a cena. Apro il cancello alzando la forcella senza lucchetto, unica protezione della casa per l’ora prevista del rientro. Entro in casa, appoggio lo zaino e saluto mamma Asia. Quella sera non sorrideva ed era la prima volta che accadeva. Mentre esco dal bagno, dove mi ero andato a lavare le mani, l’ingegnere mi chiama per nome. Usa un modo quasi solenne. Con la faccia di chi sta per dire qualcosa di importante mi chiede di sedermi. Non ci faccio mica caso io, sai quante volte aveva esordito così solo per dirmi che aveva trascorso una bella giornata! Quella sera però era la faccia degli altri che avrebbe dovuto avvisarmi che qualcosa era successo."Devo dirti una cosa molto triste." Mi si gelò il sangue. Del resto era lui che spesso prendeva le telefonate che ricevevo dall’Italia. "Purtroppo Eleonora è morta."Il boccone si strozzò in gola e un sorso d’acqua mi liberò dall’imbarazzo. "Ma cosa stai dicendo? "Nnon potevo mica credere una cosa di quel tipo. Di cosa poteva morire una ragazza sana di 27 anni nel paradiso terrestre? "E’ stata uccisa dal marito oggi alle 3 del pomeriggio, lì in strada, con un destornillador."Continuavo a guardarlo sperando che da un momento all’altro mi dicesse che aveva appena fatto il più stupido scherzo della sua vita. Invece voltandomi verso Enrique che sta entrando nella stanza, il suo sguardo confermava appieno la terribile novella. Mi voltai indietro cercando lo sguardo di mamma Asia. Lei, donna e madre portatrice di vita, non avrebbe mai accettato di giocare con un argomento sacro come la morte. La lacrima che le solcò rapida il volto rotondo di colore quasi mulatto, confermò la presenza del lutto nella casa di Enrique."Mi sono distratto e quel vigliacco ce l’ha fatta" ringhiava l’ingegnere. "Mi ero appisolato dopo pranzo, tu lo sai che lo faccio sempre" disse cercando conferma, "Sono venuti. L’hanno chiamata dicendo che il fratello la cercava e lei li ha seguiti."Lo disse come sua fosse la responsabilità che Eleonora aveva seguito il marito. La coppia era davvero anomala. La cugina non era cugina, ma la di lui amante. Il marito, in pratica, ormai da mesi viveva degli incontri che lei faceva. Le visite di lui erano il momento previsto per il passaggio dei dollari, ma quella volta qualcosa non era andato per il verso giusto. Invece di un turista frettoloso di cambiare sapore e passare oltre disimpegnandosi, Eleonora aveva incontrato l’ingegnere, una casa ed una famiglia. Si era rilassata ed illusa. Quella sera il momento della conversazione si anticipò. Nessuno di noi aveva goduto di un regolare pasto. Con alle spalle il soggiorno e di fronte l’ingegnere, alla mia destra mamma Asia e oltre la soglia, né dentro né fuori Enrique, irrequieto e sgomento, io cercai di mantenere la calma restando in silenzio. Fino a quel momento nessuno aveva espresso giudizi, ma in certi casi il silenzio pesa e proprio per questo l’ingegnere non poté fare a meno di iniziare la sua difesa di fronte ad un tribunale fantasma. "Se io avessi capito quello che stava succedendo avrei chiamato la polizia."Mentre lo diceva, realizzò l’assurdità di quel proposito. "O quantomeno avrei evitato di lasciarla andare. Quando mi ha salutato mica mi ha fatto capire di temere qualcosa di grave."Infatti Eleonora non aveva motivo di temere. Anche ai soprusi ed alle percosse ci si abitua. Dopo tutto lui era suo marito e padre dei suoi figli ed il fatto che avesse una relazione con la sua migliore amica gli stava risparmiando la violenza che di solito subiva per dovere coniugale.Al cancello della casa si presentò Doramis, un’amica di Eleonora che era stata informata dell’accaduto solo perché si trovava sulla spiaggia a pochi centinaia di metri. A Cuba non esiste cronaca. Ne cronaca rosa ne cronaca nera. E’ come se il paese avesse la capacità di rimarginare ogni ferita ed ogni accidente in modo rapido e senza far rumore. Solo i fatti che si prestano ad un uso di propaganda vengono scritti sul Granma o trasmessi in tv. Telenovelas e baseball colmano alla bisogna il resto della programmazione.Doramis, pelle di ebano, veniva anche lei da oriente, da Camaguey. Entrò timida e spaventata nella casa di Enrique che aveva prima di allora visto solo da fuori. Prende posto alla mia sinistra e non si intromette nella conversazione. Dopo qualche minuto, quando la sua conoscenza di Italiano gli permette di capire, scoppia in un pianto rumoroso ed umido come un temporale. Aveva saputo di un ferimento. Quando le notizie le porta il vento, perdono a volte di importanza. Eleonora era stata soccorsa da una pattuglia della polizia. Senza aspettare ambulanze o maggiori di grado, l’avevano trasportata via, lontano da quella strada, lontano da quel luogo pieno di turisti, lasciandosi dietro una scia di sangue. All’ospedale militare, a metà strada tra Guanabo e L’Avana, avevano tentato l’impossibile. Un destornillador, un cacciavite, lungo 20 centimetri aveva trafitto il cuore innocente della giovane donna d‘oriente. Lo scoppio di sangue che macchiò il marciapiede di fronte al negozio di frutta non ebbe tempo di seccare anche se il sole era alto. Due secchi d’acqua avevano opportunamente rimosso la macchia del crimine. Lui aveva azzardato una fuga senza successo. Se molti sono i poliziotti in divisa che pattugliano le strade ancora di più sono quelli in borghese. La sua permanenza nella caserma della polizia poco fuori il centro del paese durò poco. Un camion lo trasferì presto nella stessa struttura militare dove la stessa Eleonora era arrivata poco prima, quasi senza vita."Quel bastardo gli chiedeva i soldi da spendere con l’amante." L’ingegnere diceva questo con il tono rassegnato di chi non avrebbe potuto cambiare un destino. "Io le volevo bene e avrei provveduto a quanto le serviva prima della mia partenza."In questa frase esternata da un inconscio senso di rimorso c’era la chiave di tutto. Ancora una volta lui, l’ingegnere, aveva voluto provare il brivido del comando, del controllo della situazione. Aveva creato nuove regole per il gioco più antico del mondo. Trattenermi era ormai impossibile. Controllando la voce ma senza rinunciare alla gravità del tono mi rivolsi verso l’ingegnere dicendo: "Con quale diritto ti sei permesso di forzare le regole e causare tutto questo?" Sapevo che l’accusa era pesante ma la mia rabbia lo era ancora di più. Enrique, posizionato alle spalle dell’ingegnere, annuiva senza emettere voce. Enrique era uomo di buon senso e sapeva come si sta al mondo. Non si vince una rivoluzione al fianco del Che senza avere in dono la capacità di capire e tacere. L’ingegnere cambiò colore in volto e temei per la sua salute. Inizio a farfugliare cose che non capivo. Mi fischiavano le orecchie dalla rabbia. Accennò un goffo inginocchiamento verso di me che voleva essere la prova della sua sincerità o quantomeno una richiesta di perdono. Non era a me che doveva qualcosa ma piuttosto a chiunque lui ritenesse essere giudice supremo. Il fratello di Eleonora era davvero arrivato a Guanabo ma solo per vederla nuda su di una lastra di acciaio, come raccontò ad Enrique nel pomeriggio visitando l’ultima casa che l’aveva ospitata. Ritirò le poche cose di Eleonora dalle mani pietose di mamma Asia e 100 sconosciuti dollari dalle mani dell’ingenere. Sarebbero serviti al trasporto e alla sepoltura. A Cuba è difficile vivere, ma se si ha la disgrazia di morire lontano da casa il rientro ha costi impossibili. Per questo tante famiglie hanno parenti seppelliti qua e là per l’isola e la visita ai cari diventa un lungo e triste pellegrinare.Il fratello di Eleonora non aveva mai visto una banconota da 100 dollari. Enrique lo accompagnò alla tienda per il cambio con pesos cubani. Se l’avessero fermato e non avesse potuto giustificare il possesso di una simile somma avrebbe potuto passare alcuni giorni in galera. L’imbarazzo che si era impossessato dei presenti fu spazzato via dalle parole di Enrique. "La polizia" disse lui, che era rimasto sempre lì sulla soglia di casa come se sapesse cosa stava per accadere. Un’auto berlina con la targa militare si fermò davanti a casa. Enrique gli si fece incontro salutando "buenas noche companeros." Trentotto anni dopo la rivoluzione quello era ancora il saluto delle circostanze formali. Erano in tre, giovani e dai modi gentili. Entrarono nella casa e ad uno ad uno strinsero la mano a tutti i presenti tranne che a Doramis che, onde evitare imbarazzo, aveva sentito un bisogno del bagno. Si accomodarono seduti attorno al tavolo che aveva visto fino ad allora pranzi, cene e spensierate bevute di ron. Dopo un breve colloquio con Enrique venne chiamato l’ingegnere che si presentò di nuovo con il passaporto in mano come se fosse stata una persona diversa da quella di poco prima. Parlarono a lungo. Mamma Asia ostentava naturalezza e offrì da bere ai poliziotti pur sapendo che avrebbero risposto "no gracias." Uno di loro aveva una borsa di cuoio nero da cui estrasse alcune cartelle ed una busta di nylon contenete il destornillador, l’arma del vigliacco. L’ingegnere sapeva che non aveva nulla da temere ma sudava. Quanto sudava! Ma neppure un regime dittatoriale si permette di impartire condanne per colpevolezza morale, e poi la prostituzione a Cuba non esiste e quindi neppure un ipotetico reato a questo fatto connesso. Ufficialmente il marito aveva ucciso con il movente di liberarsi della moglie per poter vivere con l’amante. "Fra qualche mese ci sarà il processo" conclusero i poliziotti con il tono di chi conosce già la condanna. Carcere a vita o per l’esattezza per il tempo che resisterà nelle prigioni più dure del mondo che per ironia della sorte si trovano nella terra più bella del mondo. Se ne andarono dopo circa un’ora. Senza chiedere il parere di nessuno dei presenti, Enrique prese la bottiglia di ron invecchiato di 7 anni che teneva in serbo per le occasioni che meritavano. Le nascite ed i lutti hanno riti simili da queste parti. Tutti noi sorseggiammo il liquore che quella sera sembrava sprigionare tutto il calore della cana esposta al sole. Un solco si faceva largo nel mio stomaco di certo non abituato a bere, e tantomeno a digiuno. Quella notte Doramis non volle tornare a casa. Dormì con me. Mi strinse forte quasi a farmi male quando per un incubo le contrasse tutti i muscoli. In quel momento sentii di essere tutto per lei. Suo padre e sua madre. Parlò nel sonno una lingua che non capivo. Invocò personaggi della Santeria. Pregò quella religione mista di cristiane figure ed Africani spiriti come il suo stesso sangue.Il mattino seguente la accompagnai alla strada bianca che il sole era già alto. Da lì avrebbe chiesto bottella (un passaggio) in direzione oriente. Le scarpe Nike che gli regalai le stavano grandi di due misure ma non gli impedirono di saltare sul cassone del camion che si fermò pochi minuti dopo. La camicia bianca che mi aveva chiesto con un sorriso era abbondante ma non abbastanza da nascondere le forme. Con i venti dollari che le diedi avrebbe viaggiato fino a casa e mangiato per una settimana, almenoché, come disse, tornando non avesse trovato problemi di salute della anziana madre.L’ingegnere non si dava pace. Alternava parole di costernazione a promesse di aiuto per i figli di Eleonora ormai praticamente orfani. Non se la sentiva di uscire di casa. Prospettò anche un rientro anticipato in Italia. Sapevo che si sarebbe sentito diversamente se non ci fossi stato io ad accusarlo moralmente di quanto era accaduto. Temevo cadesse in depressione. Dopo un paio di giorni che non lo vedevo reagire gli proposi di fare una passeggiata in spiaggia prima di cena. Accettò controvoglia, ma si capiva che gli faceva piacere. Unica condizione che io misi "non se ne parla più". Sulla strada del ritorno raggiungemmo camminando una ragazza. La affiancammo. Una maglietta colorata dei pantaloncini corti e scarpe da ginnastica dicevano che non era lì per farsi un bagno. Una volta abbastanza vicini le scoprimmo il volto. Ebbi la sensazione di vivere un incubo ad occhi aperti. L’ingegnere traballò sulle gambe e si rivolse a me con una faccia dai diecimila perché. La somiglianza con Eleonora era sfacciata, impertinente.Io non credo nelle reincarnazioni ne tantomeno lo faceva l'ingegnere di matematica cultura. Ma certo, anche lei veniva da oriente. Era della stessa statura e corporatura, aveva lo stesso sorriso, forse solo un poco meno giovane, ma nel complesso la somiglianza con Eleonora era imbarazzante. Spinto da una curiosità irrefrenabile, l'ingegnere la avvicinò abbozzando un sorriso poco convinto e disse: "Hola!" Lei ricambiò il sorriso ed il saluto. "Hola!"L’ingegnere fece alcune domande per assicurarsi che la ragazza non fosse magari una parente di Eleonora venuta fin lì per la triste occasione. Si chiamava Isabella e viveva a Florida, provincia di Camaguey. Lavorava in un hotel ed era in vacanza, sola. L’ingegnere come un ragno tese la sua tela e ancora una volta catturò la sua preda. Le premure che l’ingegnere aveva per la nuova compagna volevano risarcire per interposta persona chi gli aveva donato notti di miele e sorrisi di luna. Quanto avvenne quei giorni non lascerà mai la coscienza di noi che fummo attori non protagonisti di uno sciagurato evento. In una terra da sogno dove il cielo, il mare e la natura tutta offriva le cose migliori, noi meschini venuti da lontano con le nostre cattiverie procurammo lutto risvegliando istinti primordiali. Che sia chiaro a tutti. L’assassino non ha colpito per passione, ma per un morso di fame. Eleonora è morta per un tozzo di pane.

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